La nuova competizione globale
La globalizzazione non è finita. È finita l’ingenuità: ora conta da chi dipendiamo e quanto può costarci
Energia, chip e materie prime hanno trasformato le catene commerciali in una questione di sicurezza. Dall’Imec alle alleanze tra Paesi affidabili, la nuova sfida è diversificare senza rinunciare alla crescita
Per anni abbiamo pensato alla globalizzazione con una domanda molto semplice: dove costa meno produrre? Oggi dobbiamo aggiungerne un’altra: da chi dipendiamo? Perché quando energia, tecnologia o materie prime essenziali arrivano quasi tutte dallo stesso Paese, la convenienza economica può diventare una vulnerabilità politica.
È il punto da cui parte un interessante articolo pubblicato su The National Interest, “Economic Security: Divided We Fail”, firmato da Kaush Arha, Peter Harrell e Giulio Terzi di Sant’Agata. La tesi è semplice: la sicurezza economica non è più soltanto una questione economica. È diventata una questione strategica, che richiede risposte coordinate.
Quando la convenienza diventa dipendenza
Se dipendiamo quasi interamente da un altro Paese per energia, semiconduttori, materie prime o tecnologie indispensabili, quella relazione non è più soltanto commerciale. La convenienza può trasformarsi in dipendenza. E la dipendenza in vulnerabilità.
Lo abbiamo visto con l’energia russa, con le difficoltà delle catene di approvvigionamento durante la pandemia e con la crescente competizione su chip e materie prime critiche. Questo non significa chiudersi e cercare di produrre tutto da soli. Significa capire che non tutti i prodotti hanno lo stesso valore strategico. Un conto sono i beni di consumo. Un altro sono energia, tecnologie e materie prime senza le quali un Paese o le sue industrie rischiano di fermarsi. In questi settori prezzo ed efficienza non bastano. Devono contare anche sicurezza, affidabilità e possibilità di trovare alternative.
La risposta è diversificare
Il problema, quindi, non è eliminare le interdipendenze. È costruirle meglio. Europa, Stati Uniti, India, Giappone e altri partner affidabili possono rafforzare insieme le proprie catene economiche nei settori più delicati.
L’Imec, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor, è un esempio concreto di questa logica. Nell’articolo del National Interest viene indicato, insieme ad altri corridoi regionali, come uno degli strumenti per costruire catene economiche più diversificate e resilienti.
Il principio è semplice: più alternative hai, meno sei vulnerabile.
Le infrastrutture diventano politica estera
Per questo oggi un porto, una ferrovia, un collegamento energetico o un cavo digitale non sono più soltanto infrastrutture economiche. Sono anche strumenti di politica estera. Questo vale soprattutto per l’Europa. La nostra posizione geografica ci collega naturalmente al Mediterraneo, all’Asia e all’Africa.
La globalizzazione non sta finendo. Sta finendo l’idea che tutte le dipendenze siano innocue. Nel mondo che abbiamo davanti non basta più chiedersi quanto costa. Dobbiamo chiederci anche quanto ci costa dipendere.La vera sfida è fare in modo che la convenienza di oggi non diventi la vulnerabilità di domani.