L'intervista
«La Costituzione è pacifica, non pacifista. E non deve essere à la carte». Parla il costituzionalista Giuffrè
Diserzione, contrarietà al consenso dei genitori, elezioni anticipate: la sinistra ricorda davvero cosa dice la Costituzione che evoca di continuo? Lo abbiamo chiesto al professore di Diritto costituzionale e membro del Csm
La Costituzione è divenuta, nel dibattito politico italiano, l’ennesimo terreno sul quale la sinistra rivendica da tempo una sorta di egemonia interpretativa, quasi che alla propria parte spettasse non soltanto il compito di richiamarne i principi, ma anche quello di stabilirne, di volta in volta, il significato e i confini. Secondo questa narrazione, la Carta sarebbe sottoposta a una minaccia pressoché permanente da parte delle maggioranze di governo, mentre alle opposizioni spetterebbe il ruolo, altrettanto permanente, di presidio e di custodia dei suoi valori. La Costituzione viene così evocata per contestare l’azione dell’esecutivo, denunciare presunte compressioni dei diritti, mettere in discussione le scelte della maggioranza e, più in generale, conferire alle proprie posizioni una sorta di superiore legittimazione istituzionale. Spesso, però, quando un simbolo che appartiene a tutti viene trasformato in una clava ideologica, il rischio concreto è che ne vengano travisati totalmente il senso e lo spirito. Ne parliamo con il professore Felice Giuffrè, ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università di Catania e componente del Consiglio superiore della magistratura, per provare a distinguere ciò che appartiene alla legittima dialettica politica da ciò che, invece, sul piano strettamente costituzionale, non torna.
Di recente, la segretaria del Pd Elly Schlein ha dichiarato: «Meloni dica quando si vota e con che legge elettorale». Ma, a ben vedere, testo della Costituzione alla mano, nessuna di queste decisioni spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri.
«È così: la decisione sullo scioglimento delle Camere non è di esclusiva competenza del Presidente del Consiglio in carica. Tuttavia, non è nemmeno vero che sia sempre preponderante la volontà del Quirinale. In realtà, nella decisione di sciogliere le Camere anticipatamente concorrono tanto la volontà del Capo dello Stato, quanto quella del Presidente del Consiglio (i costituzionalisti parlano in proposito di “potere duumvirale”). Il peso di ciascuno dei due organi nella scelta varia a seconda delle dinamiche parlamentari contingenti. Se vi sono margini per la costruzione di maggioranze alternative, il Capo dello Stato disporrà di maggiore discrezionalità; se, invece, non esistono spazi (in termini numerici o anche soltanto politici) per maggioranze diverse, la scelta dello scioglimento sarà effettivamente frutto di una convergenza di volontà tra il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio. Nell’attuale fase politica e parlamentare non credo vi siano le condizioni per ipotizzare la costruzione di maggioranze alternative in Parlamento, per di più a meno di dodici mesi dalla scadenza naturale delle Camere».
Evocando la diserzione, qualche giorno fa la presidente dei giovani del Pd Virginia Libero ha dimostrato di ignorare l’articolo 52 di quella Costituzione tanto sbandierata. Ma anche dell’articolo 11 si fa spesso un uso à la carte. Cosa sfugge ai “pacifisti senza se e senza ma”?
«Le dichiarazioni della presidente del movimento giovanile del Pd suscitano sorpresa e una certa preoccupazione. Sorpresa perché è davvero singolare che la leader giovanile del secondo partito italiano possa invocare dal palco della Festa dell’Unità la “diserzione” (cioè una condotta evidentemente criminosa) di fronte agli impegni difensivi dello Stato italiano a protezione del diritto internazionale e dell’integrità e della sovranità delle Nazioni libere. Ma se nei confronti di una giovane militante si può e, forse, si deve essere indulgenti, confidando in una sua futura maturazione culturale e politica, il problema si sposta nel cuore del Partito democratico e del fronte progressista. A parte le critiche dell’area riformista e di Romano Prodi, non ho sentito alcuna reazione della segretaria Schlein e degli altri dirigenti del Pd. Un silenzio assordante e preoccupante, reso ancor più eloquente dall’esplicito sostegno espresso alla giovane dirigente Virginia Libero dall’europarlamentare Pd Sandro Ruotolo».
Oltre che di sorpresa, parlava anche di preoccupazione…
«L’elogio della diserzione desta anche preoccupazione perché rivela uno scivolamento radical-populista persino di quella parte della sinistra (quella del Pd, erede del Pci) che sino a qualche tempo fa era comunque attenta ai profili istituzionali e costituzionali della politica, ossia al cosiddetto “senso dello Stato”. In realtà – come afferma chiaramente l’articolo 52 della Costituzione – “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” ed è una di quelle situazioni giuridiche che dà corpo al “dovere di fedeltà alla Repubblica” (articolo 54 della Costituzione) e, in definitiva, al più generale dovere di solidarietà politica (articolo 2 della Costituzione) su cui si fonda, è bene ricordarlo, l’intero edificio costituzionale e l’unità politica della Nazione italiana».
La Costituzione è “pacifista”?
«La Costituzione italiana prefigura un ordinamento “pacifico”, non “pacifista”. In questo senso, secondo l’articolo 11, l’Italia ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma non come mezzo di difesa della propria integrità e di quella delle Nazioni a cui siamo legati dai Trattati internazionali e dalla comunione di valori e principi giuridici. In questo straordinario mosaico costituzionale vi è anche spazio per l’obiezione di coscienza e per la difesa della Patria senz’armi. Non vi è spazio, invece, per la diserzione, che contrasta con l’inderogabile dovere di solidarietà politica a cui sono chiamati tutti i cittadini».
Anche sul tema dell’educazione dei minori, la sinistra sembra dare maggiore spazio all’ideologia che al dettato costituzionale. Sul tema del consenso per l’educazione sessuoaffettiva si è scatenata una ridda di polemiche e addirittura una raccolta firme per indire un referendum abrogativo della legge Valditara.
«Anche quello dell’educazione è un terreno assai delicato. Ma la Carta costituzionale ci indica una strada abbastanza precisa nel segno della sussidiarietà tra impegno educativo delle famiglie e compiti delle istituzioni scolastiche. L’articolo 30 qualifica l’istruzione e l’educazione dei figli come “dovere e diritto dei genitori” e prevede altresì che, in caso di incapacità di questi ultimi, la legge provveda a che siano assolti i loro compiti. Vi è, dunque, un’indubbia priorità dei genitori nelle scelte educative che riguardano la propria prole, fermi restando, ovviamente, gli interventi sostitutivi dello Stato in caso di accertata inadeguatezza genitoriale, oltre ai compiti pubblici connessi al diritto sociale all’istruzione (articolo 34)».
Dunque, consenso dei genitori sì o no?
«In questo quadro è naturale che, negli ambiti eticamente sensibili come l’educazione sessuoaffettiva, sia rispettata la priorità nelle scelte educative dei genitori. In uno Stato liberale, come diceva Arturo Carlo Jemolo, “la famiglia è un’isola che il mare del diritto può lambire, ma lambire soltanto”. Le scelte educative che riguardano i figli sono uno degli ambiti in cui lo Stato deve rispettare lo spazio che attiene a un diritto-dovere dei genitori previsto espressamente dalla Costituzione, fatti salvi i casi di crisi profonda della vita familiare e di pericolo per il minore».
Anche sulla legge elettorale, durante il dibattito parlamentare, il coro è stato unanime: “Incostituzionale!”. A suo avviso, il testo, ora al vaglio della Camera in terza lettura, presenta profili di criticità da questo punto di vista?
«Mi sono già espresso su questo punto in sede di audizione dinanzi alla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati. In realtà, il testo che il Parlamento si appresta a votare in via definitiva mi sembra pienamente conforme alle indicazioni che la Corte costituzionale ha fornito dapprima con la sentenza n. 1/2014 e successivamente con la decisione n. 35/2017. Secondo tale giurisprudenza, è necessario rispettare un equilibrio ragionevole tra rappresentanza e governabilità, sicché il premio di maggioranza è legittimo se proporzionato e ancorato a una soglia significativa di consenso. Proprio per queste ragioni, l’iniziale soglia del 40% è stata portata al 42%, rendendo a mio giudizio del tutto garantista e proporzionato il meccanismo premiale volto a favorire la governabilità. In senso analogo, la previsione della necessità di raccogliere le firme per i partiti o gruppi non rappresentati in Parlamento vale ad evitare eccessive frammentazioni che spesso non sottendono reali visioni politico-programmatiche, ma solo strumentali “tecniche di posizionamento”, non di rado a marcata impronta personalistica. Ciò posto, proprio in vista del necessario equilibrio tra le esigenze di rappresentanza e quelle di governabilità, non mi sembra arbitrario richiedere che la lista non ancora rappresentata in Parlamento sia accompagnata da un congruo numero di firme che valgano a dimostrare un minimo di serietà e consistenza della nuova proposta politica».
L’impressione è che per la sinistra la Costituzione non sia patrimonio comune ma appartenga solo a loro. A ogni piè sospinto, viene evocata per colpire il Governo con un banale espediente retorico: tutto quello che non piace alla sinistra è, semplicemente, incostituzionale.
«Questo atteggiamento non è solo inopportuno, ma anche davvero pericoloso, perché idoneo a minare la forza di integrazione politica che la Carta costituzionale deve sprigionare. Le Costituzioni contemporanee esprimono principi giuridici che spetta al legislatore attuare e specificare, secondo gli orientamenti delle mutevoli maggioranze parlamentari ed entro una cornice comune sul cui rispetto vigila la Corte costituzionale. In questo quadro, sarebbe bene che la Costituzione non fosse considerata un testo da cui pescare di volta in volta, appunto à la carte, ciò che serve a legittimare le proprie visioni di parte. Va letta per intero e non deve essere utilizzata come “clava retorica” per delegittimare l’avversario politico. La Costituzione è di tutti e affinché sia conservata e protetta è bene non farne un uso distorto».