L'intervento
L’italiano non è negoziabile: l’integrazione a scuola si fa alzando il livello, non abbassandolo
Da Napoleone a Cristina di Svezia, la storia insegna l'importanza della lingua nella costruzione dell'identità. Fingere di non saperlo non è rispetto delle identità altrui, ma la strada maestra per le banlieue
Il più famoso personaggio della storia francese è Napoleone Buonaparte, sotto forma di Napoléon Bonapart[e], però nato ad Aiaccio pochi mesi dopo che la Corsica era stata venduta da Genova alla Francia, e c’è chi sospetta del certificato di nascita; e comunque era di famiglia corsa, origini toscane e lingua italiana. Il fondatore dell’Impero britannico delle Indie è Beniamino Disraeli, italiano israelita di Livorno. Vero che i Normanni, creatori del Regno Meridionale, venivano dalla Francia; però, tre generazioni prima, dalla Norvegia. E potremmo continuare… mi fermo con Cristina, regina di Svezia in esilio a Roma perché cattolica, che, con il calabrese Gravina, fondò l’Arcadia, ultimo trionfo europeo della cultura italiana.
La differenza tra integrazione e anarchia
Lasciamo ora questi illustri personaggi, e vediamo cosa accade ai popoli. Parliamo dei Longobardi, di cui dice malissimo il Manzoni… che almeno ne parla, mentre tutti gli altri hanno fatto sempre come se non fossero mai esistiti. E invece esistettero, e ancora nel XIV secolo gli Italiani erano chiamati in Europa Lombardi, donde Lombard Street e Rue des Lombards…
Per non dire dei gruppi etnici che giunsero man mano, e alcuni conservarono l’identità, e i più la persero. Facciamo cenno all’antesignano del nazionalismo, Francesco Crispi, italo-albanese siciliano; e a Gerolamo De Rada, albanese di Calabria e creatore della lingua letteraria e politica presa poi a modello in Albania. Credo basti a dimostrare come da sempre ci siano stati di questi scambi di popoli o di gruppi o di persone.
Detto così, pare un predicozzo immigrazionista; e invece, nelle intenzioni di chi scrive, è tutto il contrario. Serve, infatti, a distinguere nettamente tra il processo d’integrazione, consueto dovunque e nei secoli, e l’attuale situazione europea e italiana di evidente disordine per non dire anarchia.
Il ruolo della scuola
Se un ragazzo, anche straniero, va a scuola in Italia e parla italiano e impara la Divina Commedia, quando esce dalla scuola ha una formazione non solo culturale ma di identificazione con i contenuti, e, se straniero, è già abbastanza integrato. Tutto questo è normale, esattamente come chi scrive ha acquisito a scuola accettabili conoscenze della lingua francese, e molto più vasta e solida pratica della lingua greca classica.
Ma se il ragazzo dell’esempio di sopra fosse, poniamo, protestante, e perciò pretendesse di saltare il dantesco Purgatorio, o che la Seconda Cantica venga abolita perché offende la sua opinione, allora non è più un caso di integrazione e assimilazione, ma di eversione e invasione; e ogni serio professore, impipandosene del parere di chicchessia, deve continuare a spiegare Manfredi e Pia e Marco, e tutte le altre anime purganti cantate con la soave malinconia del loro camminare verso il cielo. Altrimenti succede che un altro alunno potrebbe fare obiezioni sullo studio dell’astronomia, attestando di avere un nonno terrapiattista. E via con la fantasia.
Il monito delle banlieue
Dov’è il problema? Nella capacità o meno di assimilare lo straniero. Napoleone, che pare avesse qualche personale difficoltà con il francese, usò questa lingua come strumento di governo. Disraeli mica incoronò in vernacolo livornese la britannica regina Vittoria… la quale, a voler essere pignoli, era di purissimo sangue tedesco, però parlava inglese. E che significa, parlare italiano? Dipende da cosa vogliamo insegnare, se basta un livello empirico da turista, o serve la conoscenza profonda e variegata. E attenzione che c’è di peggio dello straniero, c’è il vezzo di non pochi docenti di spiegare sì un teorema in italiano ma poi, dovendo ordinare di chiudere la finestra, farlo in qualche dialettaccio da film dozzinale.
L’italiano è l’identità, e non può essere messo in discussione. Parlare italiano significa pensare italiano. Quello che è molto difficile è che un processo di assimilazione possa avvenire quando gli stranieri sono milioni e parlano diversamente; e quando le loro condizioni sociali ed economiche sono in evidenti difficoltà ed emarginazione. È successo in Francia con le banlieue; sta succedendo in zone d’Italia che non sono nemmeno topograficamente ai margini, anzi nei centri cittadini a loro volta a rischio di desertificazione e che i vuoti si riempiano in maniera indesiderata.
La scuola deve alzare il livello, non abbassarlo
L’emarginazione non è solo, né soprattutto un fatto finanziario, e nemmeno economico, è un fatto esistenziale; e per sanarla non bastano carte d’identità e una casa e un lavoro; come non bastano a un italianissimo signor Rossi, se non ha o perde un’identità e delle radici storiche e familiari.
Se vogliamo trovare una soluzione (e qui parlo solo di scuola), non è dunque nell’abbassare il livello dell’istruzione a vantaggio degli stranieri, ma offrire a tutti, anche a loro, l’occasione di elevarsi. Abbassare il livello – come è avvenuto già molto prima dell’immigrazione di massa, dico dagli anni 1970 – non è giustizia nei confronti dei deboli o presunti tali, è ingiustizia nei confronti di chi a scuola viene per imparare e migliorarsi.
La scuola deve istruire; l’educazione, che ne consegue, si fa non con “esperti” retribuiti e materie inventate, non con ventate di pistolotti e “progetti” e “lotte” a questo e a quello secondo le mode del momento… l’educazione si fa con l’esempio degli insegnanti. E attenti all’individualismo spacciato per personalismo: la scuola non è concepita a vantaggio di ogni singolo e dei suoi singoli eventuali problemi o desideri o capricci o crisi; bensì la sua finalità è formare le generazioni future della Nazione, le quali devono conoscere i contenuti culturali e le loro applicazioni. È una finalità politica e nazionale.