Senza retorica
“Il peso della terra” nella nostra vita di tutti i giorni: il libro che racconta il lato nascosto della transizione ecologica
Francesco Vecchi spiega come il green si scontri con la necessità di materie prime e industria pesante per mandare avanti la nostra quotidianità e accende i riflettori sul costo delle scelte europee
Abbiamo passato gli ultimi trent’anni a raccontarci che il futuro sarebbe stato leggero e sostenibile. Digitale, connesso, pulito, quasi immateriale. Poi basta aprire uno smartphone, guardare una batteria, una pala eolica o un’automobile elettrica per accorgersi che quel futuro continua ad avere bisogno di miniere, acciaierie, raffinerie, navi, energia. Di rame, litio, silicio, terre rare. Di terra, soprattutto. Francesco Vecchi parte da qui ne Il peso della terra. La lotta per le materie prime che sta minacciando l’Europa, edito da Piemme: dalla distanza sempre più evidente tra il modo in cui immaginiamo la modernità e ciò che materialmente serve per sostenerla.
Una quotidianità “leggera” sono in apparenza
L’espediente iniziale è semplice ed efficace: viene descritta una vita normale, senza particolari eccessi, per poi mettere in fila la quantità di materiali necessaria ogni anno per renderla possibile: tonnellate di sabbia e carbone, metalli, acciaio, plastica, petrolio. Dietro una quotidianità che percepiamo come leggera continua dunque a muoversi una massa enorme di materia. Il libro prende da lì una direzione precisa. Rame, litio, silicio, terre rare, petrolio diventano le tappe di un viaggio dentro ciò che l’Europa postindustriale ha progressivamente smesso di vedere. Ci siamo abituati a considerare l’acciaio, le miniere e le grandi lavorazioni industriali come residui di un mondo vecchio, quasi da Londra dell’800, mentre la domanda globale di quelle stesse risorse continua ad aumentare. L’era digitale, in questo senso, non ha superato l’età dei metalli ma l’ha resa ancora più intensa.
Chi controlla le materie prime?
La domanda di fondo non riguarda soltanto quante materie prime possediamo, ma chi controlla quelle risorse, chi è in grado di estrarle, chi le raffina e chi governa le catene produttive che trasformano un minerale in tecnologia. Una vera geopolitica delle materie prime. Per decenni la globalizzazione ha fatto credere all’Europa che tutto questo fosse secondario.
Noi avremmo progettato, innovato, finanziato e consumato. Altri avrebbero scavato, fuso, raffinato e prodotto. Sembrava una divisione del lavoro conveniente. In realtà, insieme alle attività più pesanti e inquinanti, abbiamo trasferito fuori dal continente anche il potere che quelle attività portavano con sé, questo è stato il vero miracolo delle delocalizzazioni.
Le dipendenze europee e il rapporto con la Cina
Il risultato oggi è evidente nelle dipendenze europee. Vecchi insiste soprattutto sul rapporto con la Cina: pannelli solari, batterie, motori elettrici, rame, litio, cobalto, terre rare. Proprio le tecnologie chiamate a rendere l’Europa più autonoma e sostenibile dipendono in larga parte da filiere sulle quali Pechino esercita una posizione dominante.
La transizione ecologica senza retorica
La transizione ecologica, quindi, viene spogliata della sua retorica. Una pala eolica non nasce dal vento. Prima arrivano le miniere, gli impianti industriali, l’energia necessaria a lavorare i materiali, le infrastrutture logistiche, le fabbriche. Secondo i dati richiamati nel volume, il fabbisogno di litio potrebbe crescere del 3.500%, quello di rame moltiplicarsi per sei e le transizioni energetica e digitale richiedere estrazioni minerarie molto più intense di quelle attuali.
Un pannello fotovoltaico non nasce dal sole o sui tetti, come il muschio. Abbiamo reso sempre più difficile produrre determinate materie e lavorazioni dentro i nostri confini, ma abbiamo continuato ad averne bisogno. Inquinamento, miniere e raffinerie non sono scomparse, sono semplicemente finite altrove.
Il boomerang europeo
La pretesa di ripulire l’Europa trasferendo fuori dall’Europa le attività più impattanti ha prodotto un risultato difficilmente difendibile: maggiore dipendenza strategica, perdita di capacità industriale e nessuna cancellazione dell’impatto ambientale. Vecchi sintetizza il problema osservando che l’Occidente ha finito per inquinare comunque, indebolendo nel frattempo la propria industria e aumentando la dipendenza dagli altri.
La politica incontra la geografia
La politica torna così a incontrare la geografia. Per molti anni abbiamo considerato il territorio quasi un limite da superare. Capitale, servizi, conoscenza e tecnologia sembravano aver reso meno importante il luogo fisico della produzione. Una miniera, un porto, una raffineria o una fabbrica di semiconduttori, invece, possono tornare a determinare i rapporti di forza molto più di quanto facciano tanti asset apparentemente più sofisticati.
La sovranità al centro de “Il peso della terra”
Il concetto che attraversa tutto il libro è implicitamente quello della sovranità, che viene legato all’indipendenza e alla libertà. Una comunità può possedere istituzioni democratiche solide e una piena sovranità formale, ma se dipende interamente da altri per le risorse necessarie a far funzionare la propria economia, quella libertà resta esposta. In tempi normali la dipendenza appare soltanto economica.
Quando la catena di approvvigionamento si interrompe, quando un Paese utilizza una materia prima come leva negoziale o quando una guerra modifica improvvisamente i flussi commerciali, ci si accorge che la sovranità non vive soltanto nei trattati o nelle costituzioni. Vive anche nelle fabbriche, nei porti, nelle miniere e nella capacità di produrre.
Un libro per tutti
Il merito di Vecchi sta nell’avere reso accessibile questo ragionamento senza trasformare Il peso della terra in un manuale specialistico. Le materie prime vengono raccontate attraverso oggetti ordinari, episodi personali e immagini comprensibili. Il telefono, la batteria, l’automobile, persino la sabbia diventano porte di ingresso verso questioni molto più grandi.