Occhio alla Russia: i dati
Il drone di Lipsia è solo l’ultimo: dietro le smentite di Mosca ci sono oltre 150 operazioni russe in Europa
Dal 2022 incendi, esplosivi, complotti e reclutamenti. E il database si ferma a febbraio: gli ultimi casi non sono ancora sulla lista
Esteri - di Alice Carrazza - 2 Settembre 2026 alle 16:48
A Lipsia il drone non è esploso, ma il caso ha fatto saltare definitivamente un’altra convinzione: che la guerra dello zar finisca ai confini dell’Ucraina. Dopo settimane di indagini, martedì il governo tedesco ha attribuito formalmente a Mosca il velivolo carico di esplosivo trovato il 4 agosto nei pressi dell’aeroporto tedesco di Lipsia-Halle, vicino a un cargo ucraino. Berlino ha convocato l’ambasciatore russo, ordinato la chiusura del consolato di Bonn e annunciato nuove contromisure. «Non siamo in guerra, ma siamo quotidianamente bersaglio di una guerra ibrida», ha sintetizzato il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt. Mosca respinge ogni accusa e parla di provocazioni prive di prove. «Come al solito, non è stata presentata alcuna prova convincente o seria — intimava ieri la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova — Semplicemente non ce ne sono e non possono essercene».
Lipsia è soltanto l’ultimo caso
Il problema è che il caso di Lipsia non è un fulmine a ciel sereno. I precedenti ci sono e si possono contare. Il Secolo d’Italia ha così passato in rassegna i dati raccolti dall’International Centre for Counter-Terrorism e da GLOBSEC: il loro database censisce 151 incidenti cinetici attribuiti alla Russia in Europa tra febbraio 2022 e febbraio 2026. E gli stessi ricercatori avvertono che il numero reale potrebbe essere superiore, perché spesso il collegamento con il Cremlino emerge soltanto al termine delle indagini.
Non significa 151 “sabotaggi” in senso stretto. Dentro quella cifra convivono incendi dolosi, attacchi o progetti con esplosivi, sabotaggi, vandalismi, aggressioni, tentativi di assassinio e operazioni destinate a provocare disordine e tensioni sociali. Una guerra a bassa visibilità, insomma, ma con bersagli molto concreti. E c’è un particolare che rende il dato ancora più significativo: il conteggio si ferma a febbraio, dunque non comprende Lipsia né quanto emerso nei sei mesi successivi.
Polonia nel mirino, poi Francia e Germania
La geografia aiuta a capire dove Mosca abbia concentrato maggiormente la pressione. La Polonia guida la classifica con 31 episodi, seguita dalla Francia con 20. Germania e Lituania ne contano 15 ciascuna, l’Estonia 11. Soltanto questi cinque Stati dell’Unione europea arrivano quindi a 92 casi documentati. In Germania, inoltre, le autorità hanno registrato 320 sospetti tentativi di sabotaggio nel solo 2025: non entrano nel conteggio perché manca per ciascuno un’attribuzione certa, ma danno la misura del terreno sul quale si muovono i servizi di sicurezza.
Ancora più interessante è scoprire chi materialmente esegue gli ordini. Il database ha individuato 172 persone coinvolte: circa il 95% non aveva alcuna affiliazione formale con l’intelligence russa. Piccoli criminali, giovani, persone economicamente vulnerabili o soggetti reclutati online, spesso attraverso Telegram e altre piattaforme. Si parte da piccoli incarichi pagati poche centinaia di euro e si può arrivare a incendi ed esplosivi. È la logica dei cosiddetti “agenti usa e getta”: manodopera facilmente sostituibile che consente al vero mandante di restare qualche passo più indietro.
Anche l’Italia è finita sulla mappa
Neppure l’Italia non è completamente estranea al fenomeno. Nel nostro Paese l’inchiesta più significativa ha riguardato due imprenditori brianzoli che si erano messi a disposizione dei servizi di Mosca, anche prospettando la mappatura delle zone prive di videosorveglianza di Milano e Roma. Ad aprile sono stati condannati in abbreviato a 2 anni e 6 mesi e 2 anni e 2 mesi. Non un sabotaggio compiuto, dunque, ma un esempio concreto del tentativo di costruire reti operative anche sul territorio italiano.
Il 7 luglio scorso inoltre furono arrestati nella Capitale due ex appartenenti all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi), Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, accusati a vario titolo di spionaggio, rivelazione di informazioni riservate e accesso abusivo a sistemi informatici in favore della Russia. In base a quanto emerso dall’inchiesta, uno degli indagati avrebbe passato informazioni a un presunto agente dell’intelligence russa protetto da copertura diplomatica, ricevendo denaro in cambio. Tra le sue fonti figuravano anche quattro militari in servizio con incarichi riservati, a loro volta indagati. Lo scambio avrebbe riguardato anche dati su armamenti, apparati della Difesa e 007 italiani.
E poi ci sono i cieli violati
A questa rete sotterranea si aggiunge un’altra pressione, molto più visibile: quella sui cieli europei. Qui è scorretto costruire un totale unico, perché ogni governo adotta criteri differenti. Ma alcuni numeri bastano. In Romania sono stati segnalati 39 ingressi di droni russi nello spazio aereo nazionale dall’inizio della guerra fino al 16 agosto scorso. Varsavia, nella sola notte tra il 9 e il 10 settembre 2025, ne registrò 19 violazioni. E in EstoniaMosca ha violato lo spazio aereo quattro volte nel 2025 e una nuova volta lo scorso marzo; nell’episodio più grave tre MiG-31 russi rimasero nei cieli estoni per dodici minuti.
Il drone di Lipsia, dunque, non apre una nuova storia. Ne illumina una che l’Europa vive ormai da quattro anni. Mentre nelle cancellerie si continua a discutere su dove finisca la provocazione e dove cominci un atto ostile, Mosca sembra aver trasformato proprio quella zona grigia nel terreno privilegiato sul quale misurare, ogni volta, fin dove può spingersi.