Fenomeni del nostro tempo
Il cortisol dressing cambia il rapporto tra abiti e mente: vestirsi per stare bene, non per apparire
Indossare un abito non è mai stata solo una questione estetica: riguarda il modo in cui ci vediamo e in cui ci sentiamo. E diversi studi indicano che può aiutare ad abbattere il "rumore" del quotidiano
Alla Milano Fashion Week la moda torna a raccontare anche il modo in cui cambiano le nostre abitudini e il rapporto con il corpo. Tra le tendenze che stanno attirando l’attenzione c’è il cortisol dressing, espressione utilizzata per indicare un modo di vestire orientato al comfort, alla semplicità e alla riduzione degli stimoli. Toni neutri, tessuti morbidi, forme fluide e capi che non costringono il corpo prendono il posto, almeno nella quotidianità, di un’idea basata esclusivamente sull’impatto visivo. Il riferimento al cortisolo, l’ormone coinvolto nella risposta dell’organismo allo stress, è però soprattutto una metafora: non esistono prove scientifiche che dimostrino che un determinato abito possa abbassarne direttamente i livelli. Il fenomeno è interessante, piuttosto, per ciò che racconta rispetto al rapporto contemporaneo tra abbigliamento, percezione del corpo e benessere psicologico.
Il corpo sente quello che indossiamo
Un abito non viene percepito soltanto attraverso lo specchio. Prima ancora di diventare un’immagine infatti, è un esperienza fisica: il corpo registra continuamente la pressione di una cintura, la temperatura di un tessuto, la sua consistenza sulla pelle, il peso di una giacca e la libertà dei movimenti. Sono sensazioni spesso così ordinarie da diventare quasi invisibili, ma quando qualcosa non funziona il corpo lo segnala immediatamente. Il comfort quindi è parte costante della nostra esperienza quotidiana.
Lo studio sul rapporto tra abbigliamento e funzionamento cognitivo
Su questo rapporto si sono concentrati nel 2003 Rick Bell, Armand V. Cardello e Howard G. Schutz, ricercatori statunitensi che si occupano di percezione sensoriale e valutazione del benessere. Nel loro studio, pubblicato sulla rivista Perceptual and Motor Skills, 40 soggetti sono stati sottoposti a un compito di vigilanza visiva in diverse condizioni di comfort tattile. La condizione più scomoda prevedeva il contatto della lana con alcune zone del corpo, in particolare collo e braccia, in questa situazione i partecipanti mostravano tempi di reazione più lenti e una minore accuratezza.
Il risultato è interessante perché introduce un elemento concreto nella relazione tra abbigliamento e funzionamento cognitivo: una sensazione fisica sgradevole non rimane necessariamente confinata alla pelle, ma può accompagnarsi a una maggiore richiesta di attenzione.
Il cortisol dressing e il “rumore” nella vita quotidiana
Naturalmente, lo studio non dimostra che indossare un abito morbido riduca lo stress, né che un determinato tessuto possa influenzare il livello di cortisolo, ma suggerisce che il comfort degli indumenti possa avere conseguenze anche sulla qualità dell’esperienza mentale. Il cervello, infatti, non smette di ricevere informazioni dal corpo quando siamo impegnati in un’attività, al contrario, integra continuamente segnali provenienti dall’ambiente esterno e dalle sensazioni che proviamo.
In particolare quando questi segnali diventano fastidiosi, possono sottrarre risorse a ciò che stiamo facendo. È una distinzione importante anche per comprendere il cortisol dressing. Il punto non è attribuire ai vestiti una funzione terapeutica, ma riconoscere che ciò che indossiamo partecipa alla nostra esperienza sensoriale per molte ore al giorno. In questa prospettiva, la ricerca di tessuti morbidi, colori neutri e pastello uniti a materiali piacevoli, può essere letta come una risposta a un bisogno molto concreto: ridurre, almeno in parte, il rumore che accompagna la vita quotidiana.
L’abito tra mente, identità e percezione del corpo
La psicologia considera l’abbigliamento qualcosa di più di un elemento estetico: ciò che indossiamo può spiegare come percepiamo noi stessi. Nel 2012 gli psicologi Hajo Adam e Adam Galinsky hanno elaborato il concetto di enclothed cognition o cognizione indossata, secondo cui gli effetti psicologici dell’abbigliamento dipendono sia dall’esperienza fisica dell’indumento sia dal significato simbolico che gli attribuiamo.
Nei loro esperimenti, i partecipanti che indossavano un camice presentato come quello di un medico mostravano una maggiore attenzione rispetto a chi indossava lo stesso camice associandolo alla figura del pittore. A fare la differenza, dunque, non era soltanto il capo, ma ciò che esso rappresentava.
La ricerca si inserisce nel più ampio filone dell’embodied cognition o cognizione incorporata, secondo cui i processi mentali sono strettamente legati all’esperienza del corpo e all’ambiente nel quale ci muoviamo. Applicato al cortisol dressing, questo principio suggerisce che un abito familiare, confortevole e associato a una sensazione positiva possa contribuire a creare una determinata disposizione mentale.
L’abito come parte del processo di auto-monitoraggio
Negli stessi anni, la psicologa Marika Tiggemann, docente alla Flinders University, ha studiato a lungo la self-objectification, un fenomeno che descrive la tendenza a guardare il proprio corpo dall’esterno come se fosse un’immagine da osservare, giudicare e confrontare con determinati canoni estetici. Insieme all’autrice Rachel Andrew, Tiggemann ha analizzato il rapporto tra questo meccanismo e le motivazioni che guidano la scelta dell’abbigliamento.
Il dato è importante perché mostra come l’abito possa diventare parte di un processo di auto-monitoraggio: non ci limitiamo a indossare qualcosa, ma possiamo controllare continuamente come il nostro corpo appare attraverso quel capo, se la silhouette risponde all’immagine desiderata, se il vestito valorizza determinate parti e come potremmo essere percepiti dagli altri. È proprio qui che il cortisol dressing assume una possibile lettura psicologica. La sua estetica, orientata verso una vestibilità più comoda e un’immagine meno costruita interpreta il desiderio di vivere il corpo con meno pressione e meno necessità di sorvegliarlo.
Vestirsi, senza pensarci troppo
Anche il guardaroba può diventare un modo per alleggerire il carico mentale quotidiano. Scegliere cosa indossare significa infatti affrontare ogni giorno una serie di piccole decisioni: abbinare colori, valutare la vestibilità, adattare un look all’occasione e spesso, confrontarsi con l’immagine che vogliamo restituire agli altri. Prese singolarmente sono scelte minime, ma sommate alle molte altre della giornata contribuiscono a quella sensazione di affaticamento che accompagna la vita contemporanea.
Studi antropologici sull’abbigliamento hanno evidenziato come vestirsi non significhi soltanto costruire un’immagine, ma anche fare esperienza del proprio corpo all’interno dello spazio sociale. L’antropologa Joanne Entwistle, attraverso il concetto di dressed body, ha descritto proprio questa dimensione: l’abito è qualcosa attraverso cui percepiamo l’esterno e ci relazioniamo con gli altri. Da questa prospettiva, un guardaroba composto da capi confortevoli, riconoscibili e facilmente combinabili può diventare una piccola forma di semplificazione quotidiana.
Dall’apparire al sentirsi bene
Dopo anni in cui l’abito è stato soprattutto strumento di esposizione, riconoscibilità e costruzione dell’identità, emerge il desiderio di una moda che sappia anche accompagnare, proteggere e far sentire bene. La Milano Fashion Week, con la sua dimensione spettacolare, rappresenta uno dei luoghi in cui queste trasformazioni diventano più visibili: accanto alla ricerca estetica e alla teatralità della passerella, prende forma una sensibilità che guarda sempre più all’esperienza di chi vive l’abito, al suo comfort e alla relazione con il proprio corpo.
Il cortisol dressing, allora, racconta soprattutto questo passaggio: dal vestire per essere guardati al vestire anche per stare bene. Il cortisolo rimane un’etichetta evocativa, mentre la sostanza del fenomeno risiede nella ricerca di un rapporto più semplice e meno conflittuale tra corpo, abito e quotidianità. Forse è proprio qui che si trova la sua forza, in una moda che non rinuncia all’identità né all’estetica, ma che, almeno per un momento, può permettersi di essere semplicemente una presenza discreta, capace di accompagnarci senza chiedere altra attenzione.