Islamo-gauchismo
Francia, la laicità che muore: da Napoleone a Mélenchon, la storia di un tradimento
Da Napoleone alle Lumières fino ai giorni nostri: il grande cammino spezzato della laicità francese
La laicità è da sempre la spina dorsale della la Francia. Da scudo della Repubblica a bandiera ammainata sotto i colpi del comunitarismo islamico e del calcolo elettorale della sinistra radicale, la parabola del modello transalpino parla oggi a tutta l’Europa. Una vicenda che, di fronte alla pressione migratoria massiccia, torna a essere di bruciante attualità, proprio mentre la laicità rischia il naufragio sotto i colpi di chi baratta la difesa dell’identità nazionale con il voto delle banlieues.
Da Napoleone al Risorgimento: l’onda lunga dello Stato moderno in Italia
Il Concordato del 1801 e l’emancipazione degli ebrei
Il cammino della laicità francese affonda le radici in un tentativo di pacificazione e di edificazione dello Stato moderno che ebbe un’eco dirompente anche al di qua delle Alpi. Tutto comincia con il Concordato di Napoleone del 1801, un accordo pragmatico volto a regolare i rapporti tra lo Stato e la Chiesa Cattolica dopo le feroci devastazioni giacobine della Rivoluzione. Napoleone comprese la necessità di pacificare il Paese stabilendo un solido controllo statale sulla Chiesa cattolica. Con questo accordo, il cattolicesimo non veniva più dichiarato religione di Stato, bensì la religione della maggioranza dei francesi. Lo Stato assumeva l’onere di retribuire il clero, ma in cambio otteneva il diritto di nominare i vescovi e di sorvegliare l’attività ecclesiastica. Ma l’opera napoleonica non si fermò qui: fu proprio lo slancio istituzionale del Consolato e dell’Impero a dare una spinta decisiva all’emancipazione delle minoranze, ponendo formalmente fine alle secolari discriminazioni patite dagli ebrei. Attraverso i decreti del 1808 e l’istituzione del sistema concistoriale, Bonaparte integrò i cittadini di fede israelita nella struttura dello Stato, offrendo loro parità di diritti in cambio del riconoscimento della legge civile.
L’eco italiana: dal Risorgimento a Mazzini
Questa rivoluzione giuridica travolse l’Europa e trovò in Italia un terreno fertilissimo. La conquista francese di Roma e l’abbattimento temporaneo del potere temporale dei Papi (Pio VI e Pio VII vennero arrestati) suscitarono un immenso entusiasmo patriottico. Napoleone portò per la prima volta l’ossatura dello Stato moderno nella penisola, mettendo fine ai privilegi feudali, ai tribunali ecclesiastici e al secolare malgoverno dello Stato Pontificio. Con il Codice Civile, Napoleone, sancì l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Fu una scossa salutare che seminò i germi della modernità politica: quell’esperienza rimase scolpita nella memoria storica nazionale, ispirando direttamente la Repubblica Romana del 1849 di Giuseppe Mazzini e, più in generale, l’intera impalcatura ideale del nostro Risorgimento. L’idea che lo Stato dovesse essere sovrano, indipendente da dogmi e padrone del proprio destino civile nacque proprio in quelle convulse e fiammeggianti stagioni napoleoniche.
L’antisemitismo di ieri: l’Affaire Dreyfus, Zola, Maurras e i decreti papali
Il caso Dreyfus e il «J’accuse!» di Zola
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tuttavia, la Francia repubblicana e laica venne attraversata da profonde lacerazioni ideologiche. Fu l’epoca del traumatico Affaire Dreyfus, il caso giudiziario che spaccò in due la nazione e che catalizzò un violento risentimento antiebraico. A incendiare definitivamente il dibattito pubblico fu il celebre «J’accuse!» di Émile Zola, una clamorosa lettera aperta pubblicata sul quotidiano L’Aurore nel 1898. Denunciando apertamente le falsificazioni e l’antisemitismo dei vertici militari, l’intervento di Zola, trasformò il processo in uno scontro totale tra i difensori dei diritti umani e le forze più reazionarie del Paese. Attorno a questa frattura prese forma l’antisemitismo teorizzato da Charles Maurras e dai militanti dell’Action Française; un nazionalismo d’impronta positivista e controrivoluzionaria che individuava nell’ebreo, nel massone e nel protestante e nello straniero i «quattro Stati confederati» nemici storici dell’identità profonda della Francia.
La reazione della Chiesa e la legge del 1905
Questo clima di scontro frontale trovò sponda anche oltretevere. La reazione ecclesiale alla modernità e alla progressiva secolarizzazione degli Stati si tradusse nella ferma condanna dei Pontefici. In particolare, Papa Pio X si erse come il baluardo intransigente contro i principi delle Lumières (l’Illuminismo), il modernismo e la massoneria, accomunando in un unico giudizio teologico e politico le dottrine laiciste e l’influenza ebraica, visti come i motori occulti della dissoluzione dell’ordine cristiano e della legislazione anticlericale del 1905.
In Francia, nel 1905, la storica legge sulla separazione tra Stato e Chiese voluta da Aristide Briand confiscò i beni ecclesiastici, privò le religioni di qualsiasi riconoscimento o sussidio pubblico e confinò la fede nella sfera puramente privata. Nacque allora la laicità moderna, concepita originariamente come uno strumento per proteggere lo spazio pubblico dalle ingerenze dogmatiche. Papa Pio X reagì con un rifiuto totale ed intransigente, condannandola apertamente attraverso le encicliche «Vehementer Nos» e «Gravissimo Officio» del 1906.
Il buio di Vichy e le radici nere dell’estremismo
Il tradimento delle Lumières e la retata del Vel d’Hiv
La storia francese dimostra che ogni qualvolta la Repubblica ha abdicato ai propri principi cardine, lasciando spazio all’estremismo ideologico, ha finito per generare mostri e spaventosi danni storici. La pagina più buia e drammatica coincide indubbiamente con il regime collaborazionista di Vichy. Fu allora che lo Stato francese tradì l’eredità delle Lumières, rendendosi complice dell’orrore della Shoah. Una vergogna indelebile culminata nella retata del Vel d’Hiv del luglio 1942, quando la polizia francese arrestò e deportò oltre tredicimila ebrei parigini nei campi di sterminio nazisti.
Le connessioni internazionali dell’odio: il Gran Muftì e Hitler
In quegli stessi anni di odio globale, l’antisemitismo trovava saldature nefaste anche fuori dall’Europa, svelando connessioni ideologiche che oggi ritornano in forme nuove. Si pensi alle complicità del Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, con Adolf Hitler. Il leader nazionalista e religioso palestinese non solo si alleò con il Führer in funzione anti-britannica e antiebraica, ma collaborò attivamente alla propaganda nazista nel mondo arabo e al reclutamento di divisioni musulmane delle Waffen-SS nei Balcani. Un cortocircuito storico che dimostra come il fondamentalismo islamico e l’estremismo totalitario abbiano sempre condiviso la stessa matrice d’intolleranza.
La V Repubblica: da de Gaulle alla reazione lefebvriana
De Gaulle e il principio della Francia «indivisibile e laica»
Nel secondo dopoguerra, la rinascita della nazione passò dalla visione monumentale di Charles de Gaulle. Nel 1958, il Generale, scrisse la Costituzione della V Repubblica, scolpendo nell’articolo uno il principio di una Francia «indivisibile, laica, democratica e sociale». De Gaulle affrontò il trauma della decolonizzazione concedendo l’indipendenza all’Algeria, ma parallelamente promosse in patria una rigorosa politica di assimilazione, radicalmente fedele all’identità culturale francese e fermamente opposta a ogni forma di comunitarismo e di frammentazione etnica. Per il gollismo, chiunque entrasse in Francia doveva spogliarsi delle proprie appartenenze identitarie per farsi interamente cittadino della Repubblica.
Giscard, Chirac e la legge Veil
Questo impianto laico e centralista venne ripreso e ampliato dai suoi successori, in particolare da Valéry Giscard d’Estaing e da Jacques Chirac. Fu sotto la presidenza di Giscard che la laicità dello Stato mostrò la sua forza legislativa emancipatrice; basti pensare alla legge Veil del 1974 sul diritto all’aborto, che sancì il primato definitivo del diritto civile sul dogma religioso.
Lo scisma lefebvriano in Vandea
Questa progressiva accelerazione verso il laicismo dello Stato, unita all’accettazione delle riforme del Concilio Vaticano II varate da Papa Paolo VI, provocò una storica rottura nel mondo cattolico transalpino: lo scisma tradizionalista guidato da monsignor Marcel Lefebvre. Non è affatto un caso che la Fraternità San Pio X di Lefebvre abbia trovato il suo nucleo originario e il suo massimo radicamento in Vandea, una terra storicamente ostile alla Rivoluzione Francese, che già nel 1793 era insorta nel sangue in nome della Corona e dell’Altare e che continuava a vedere nella laicità repubblicana il compimento del male rivoluzionario.
Da Chirac a Sarkozy: l’argine alla «prigione di tessuto»
Il Rapporto Stasi e il discorso di Chirac
Di fronte alle nuove tensioni di inizio millennio, sollevate dal Rapporto Stasi sulla laicità del 2003, la voce di Jacques Chirac si levò a difesa delle istituzioni repubblicane, contro ogni intolleranza. Fu lui a pronunciare lo storico discorso in cui definì la laicità «la pietra angolare della Repubblica»: uno scudo democratico indispensabile per garantire la coesione nazionale e l’uguaglianza tra uomo e donna.
La legge anti-burqa di Sarkozy e le proposte di Copé
Con l’ascesa alla presidenza di Nicolas Sarkozy, la difesa della laicità assunse toni ancora più netti e securitari. Fu la sua forte determinazione politica a condurre, nel 2010, al varo della legge che vieta il velo integrale nei luoghi pubblici. Le parole di Sarkozy risuonarono come un manifesto antropologico: il burqa è una «prigione di tessuto» che simboleggia la sottomissione visibile della donna e di conseguenza «non è il benvenuto sul territorio della Repubblica Francese». In quegli stessi anni, Jean-François Copé presentò ventisei proposte per la laicità, un pacchetto di misure concrete volte a blindare i servizi pubblici, la sanità e le scuole dalle infiltrazioni del fondamentalismo islamico. Era la destra repubblicana che dettava l’agenda, consapevole della minaccia rappresentata dal separatismo islamico. Copé venne accusato dalla sinistra di voler «stigmatizzare» la seconda religione di Francia.
Il nuovo antisemitismo e la resa all’islamo-gauchismo
L’arretramento dello Stato dopo Sarkozy
Il grande arretramento dello Stato è cominciato dopo l’era Sarkozy. Sotto le presidenze successive si è assistito a un progressivo e colpevole allentamento dell’attenzione nei confronti dell’estremismo islamico, alimentato da un’immigrazione massiccia e incontrollata che ha modificato la demografia di interi quartieri. In nome di un malinteso senso di tolleranza, la Repubblica ha indietreggiato, tollerando la nascita di enclave dove la legge dello Stato è stata di fatto sostituita dal controllo sociale e dalla Sharia.
La mutazione dell’antisemitismo
Questo vuoto identitario ha spianato la strada a una spaventosa mutazione genetica del pregiudizio. Se un tempo l’antisemitismo era un fenomeno legato a frange della destra reazionaria o ai cascami di Vichy, oggi l’antisemitismo è diventato un fenomeno che riguarda quasi esclusivamente l’islamo-gauchismo.
Mélenchon e il calcolo elettorale delle banlieues
La sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon e della France Insoumise ha scientemente tradito la storica tradizione laica e repubblicana del progressismo francese per abbracciare le rivendicazioni islamiche. Il comunitarismo, apertamente difeso da Mélenchon, non è più un pericolo da arginare, ma un formidabile bacino elettorale da corteggiare nelle banlieues. Per calcolo di voti, la sinistra radicale tollera e giustifica l’odio antiebraico travestito da antisionismo, sdoganando le spinte anti-sistema in cambio del consenso dei nuovi arrivati.
Una parabola compiuta
La parabola è così compiuta: il grande cammino iniziato con Napoleone rischia oggi di sbriciolarsi sotto il peso della sottomissione ideologica, dimostrando che senza il controllo dei flussi migratori e senza la fermezza dei valori, la laicità rischia di spegnersi per sempre.