Il libro
Emilio Comici e l’alpinismo come ascesi: cosa racconta la storia dell’angelo delle Dolomiti
Il saggio di Marco Proietti illumina questa figura dominante dell'alpinismo italiano a cavallo tra le due guerre mondiali, ma è più di una biografia: è un tributo alla montagna e alla scalata come forma di ascesi
Il cielo è per l’uomo un anelito, latente o manifesto. La traiettoria orizzontale della vita, scandita dalle nostre attività ordinarie, si incrocia inevitabilmente con una linea retta verticale, che punta diretta verso l’alto, verso le vette, verso l’indefinito che come una forza magnetica ci attrae. Chi sale in montagna, chi cerca sulle sommità un punto di vista più ampio per osservare l’orizzonte non fa altro che rispondere concretamente a questa chiamata verticale, a questo bisogno di ascesi. Emilio Comici, figura dominante dell’alpinismo italiano a cavallo tra le due guerre mondiali, ha compiuto qualcosa di ancora più grande: ha reso il percorso verso le cime un’opera estetica, ne ha fatto un’arte.
Emilio Comici e l’alpinismo come opera estetica
La sua figura viene raccontata nel libro Emilio Comici. Alpinista, esteta, uomo (ed. De Piante, 2026) da Marco Proietti, avvocato del lavoro con la passione per le arrampicate, frequentatore delle Dolomiti, luogo caro al protagonista del suo testo. La prefazione è affidata ad Hans Kammerlander, tra i più celebri alpinisti del nostro tempo.
Un racconto oltre la biografia
Sarebbe limitante definire il libro di Proietti soltanto una biografia. È piuttosto un tributo alla montagna e all’alpinismo, un riconoscimento a chi, come Comici, ha saputo trasformare l’arrampicata da semplice conquista della vetta a ricerca estetica e desiderio dell’assoluto.
La figura che ne emerge è quella di un uomo complesso, che non nasconde le proprie fragilità, ma che aggrappato sulle rocce a centinaia di metri dal livello del mare riesce a superare sé stesso raggiungendo imprese divenute leggendarie. Il mare, appunto, è scritto nel destino di questo amante della montagna, perché la sua città natale è Trieste, in quegli anni contesa, irredenta, poi redenta, culla di passioni forti e di contrasti. Ed è proprio la sintesi di un contrasto ad emergere dal volume in questione. Infatti Comici diviene in quegli anni un punto di svolta tra l’alpinismo ottocentesco, in cerca di esplorazioni, e nuove sperimentazioni.
Un storia che parla ai nostri giorni
Soprannominato “l’angelo delle Dolomiti”, Comici ha aperto oltre duecento nuove vie sulle Alpi orientali. Morì tragicamente il 19 ottobre 1940 in Vallunga durante un’esercitazione sul Parei de Ciampac, divenendo definitivamente un mito dell’alpinismo. La morte avvenuta “sul campo” suggerisce una riflessione che è filosofica e che si declina nella stretta attualità mediatica dei nostri giorni.
Ogni qual volta gli organi d’informazione danno notizia di una tragedia nel corso di un’escursione al di fuori dei confini urbani, si alza il coro di rimprovero nei confronti di chi ha l’ardire di avventurarsi. Guai a rompere gli schemi, a scuotere il torpore dell’illusoria comodità digitale. Invece, come Comici insegna, mettersi in gioco significa dare senso, rispondere a un’aspirazione verso l’alto che interroga tutti noi. Significa anche, certo, confrontarsi con l’imprevisto. Ed è forse questa la sfida che una società con la prometeica aspirazione del controllo non accetta. Ma è anche la sfida più avvincente.