Il libro
Chi era Michele Bianchi, il “calabrese nella storia del ‘900” raccontato da Fortunato Aloi
Sindacalista, giornalista e politico, il "Richelieu italiano" è una figura spesso dimenticata: il suo percorso rimanda alle origini socialiste del fascismo
Accade, di tanto in tanto, che qualcuno riscopra pagine della nostra storia che la narrazione prevalente aveva (non sempre in buona fede) rimosso o trascurato. Di recente, ad esempio, si è tornati a parlare dell’appello “ai fratelli in camicia nera” lanciato da Palmiro Togliatti nel 1936. Il leader comunista, in quell’appello, dichiarava di voler fare sue le istanze rivoluzionarie del primo fascismo che il regime aveva tradito o bruciato sull’altare della ragion politica. Di qui, l’invito ai giovani delusi da Mussolini, perché quel desiderio di radicale cambiamento trovasse nel comunismo una nuova e migliore occasione per realizzarsi compiutamente.
La riscoperta dell’appello di Togliatti “ai fratelli in camicia nera”
Non molti conoscevano quella vicenda (che ebbe un bis nel ’46, rivolto da Togliatti ai reduci della Rsi) che – se compresa appieno – darebbe tutt’altro giudizio sulla confusionaria e reiterata individuazione di una qualche forma di fascismo in fenomeni politici che, di quell’esperienza storica, non sono nemmeno parenti lontani. Tra gli altri capitoli volutamente trascurati di quel periodo – forse perché sarebbero motivi d’imbarazzo e di riflessione – ci sono certamente le origini socialiste dell’esperienza fascista, quanto meno nel percorso del suo fondatore; e di altri che ne seguirono le tracce dopo averne condiviso le stagioni dentro il partito socialista.
Il saggio su Michele Bianchi, il “Richelieu italiano”
In quella strettissima cerchia ricopre un ruolo rilevante il calabrese Michele Bianchi, definito anche il “Richelieu italiano” per la sua grande capacità di muoversi dietro le quinte della scena politica e del potere; e di farlo con riconosciuta maestria e con grande autorevolezza. Anche per queste ragioni va sottolineata l’importanza del lavoro svolto da Fortunato Aloi che, con il libro Michele Bianchi, il calabrese nella storia del ‘900 (Luigi Pellegrini editore) ne ricostruisce pensiero ed opere, personalità e passione.
Chi era “il calabrese nella storia del ‘900”
Bianchi fu sindacalista, giornalista e politico; dapprima nella sua Calabria, poi a Roma dove approdò nella redazione dell’Avanti!, seguitando a difendere le ragioni del sindacalismo “soreliano”, rivoluzionario, ostile alla corrente riformista, ma naturalmente pronto a seguire Mussolini nelle sue posizioni e nelle sue svolte, prima e dopo la Grande Guerra.
Con questo spirito, che affrontava situazioni sempre nuove convinto di viverle in profonda coerenza, Bianchi partecipa alla nascita del movimento fascista, da Sansepolcro alla marcia su Roma, fino all’ingresso nel primo e nel secondo governo Mussolini. In ogni stagione – sottolinea Aloi – egli porta il suo contributo programmatico e riformatore, fino al culmine del ’29, quando Bianchi partecipa attivamente alla riforma costituzionale che “giuridicamente costruisce il nuovo regime e si ha così la fondazione dello Stato fascista”.
Di suo, in quella costruzione, Bianchi reca la sua esperienza di lucido teorico “anche se la violenza, come concezione politica, non ha mai fatto parte dei suoi principi di socialista rivoluzionario”. Di più: dalla sua formazione di sindacalista seguace di Sorel, divenne progressivamente un convinto riformatore, paladino di quel riformismo saggio e illuminato che, in ogni stagione, è tra le maggiori virtù del buongoverno.