Serve un cambio di marcia
Macrì: “La difesa non è solo una voce di spesa ed è una questione civile. Le minacce riguardano la nostra vita quotidiana”
Il presidente di Leonardo ricorda che "gli investimenti nel settore attivano filiere tecnologiche complesse, come ricerca, elettronica, software, intelligenza artificiale, materiali avanzati, cyber". E striglia Bruxelles
«Può bastare un drone da 500 dollari, un telefonino e una connessione Starlink e puoi distruggere un Mig da 70 milioni di dollari in una base aerea russa o un carro armato da 30 milioni in Ucraina». È dentro questa sproporzione, prima ancora che nei bilanci miliardari, che Francesco Macrì legge la nuova corsa europea alla difesa. Il presidente di Leonardo, intervistato da La Stampa, mette in fila numeri e conseguenze di una rivoluzione che le guerre degli ultimi anni hanno accelerato: oggi attaccare può costare pochissimo, proteggersi molto di più.
Il costo della sicurezza
È il paradosso con cui deve fare i conti un’Europa che nel 2026 arriverà a spendere 454 miliardi di euro per la difesa, mentre l’Italia ha stanziato una cifra attorno ai 40 miliardi. Una stagione di investimenti che non riguarda più soltanto carri armati, caccia ed elicotteri. La nuova frontiera passa da droni, cyber, spazio, software e intelligenza artificiale.
«La scommessa è investire in capacità di reazione a costi relativamente bassi per contrastare minacce low cost», osserva Macrì. Ed è qui che entra l’azienda italiana leader di settore, multinazionale quotata ma allo stesso tempo partecipata dallo Stato, dunque con una natura che il suo presidente definisce esplicitamente doppia. Da una parte le regole del mercato internazionale, dall’altra una responsabilità strategica nazionale.
Difesa, industria e innovazione
Macrì contesta anzitutto l’idea che i fondi destinati alla sicurezza siano semplicemente denaro sottratto ad altri capitoli. «La Difesa non è solo una voce di spesa, gli investimenti nel settore attivano filiere tecnologiche complesse, come ricerca, elettronica, software, intelligenza artificiale, materiali avanzati, cyber».
I numeri di Leonardo servono a dare sostanza al ragionamento: nel 2025 il gruppo ha investito 3 miliardi in ricerca, sviluppo e ingegneria di prodotto, il 20% in più rispetto all’anno precedente, con 17mila persone dedicate e oltre 120 collaborazioni con università e centri di ricerca. In Italia conta 38mila dipendenti diretti, oltre 120mila indiretti e 4.500 fornitori.
Il punto, però, non è soltanto economico. La sicurezza contemporanea ha smesso da tempo di coincidere con il confine fisico dello Stato. «Oggi è una questione civile, le minacce riguardano la nostra vita quotidiana, le infrastrutture critiche, la capacità di un Paese di continuare a funzionare». Da qui il valore di un presidio industriale nazionale e, insieme, la necessità di aggregare capacità europee.
Leonardo guarda infatti alle alleanze: dalla joint venture LBA Systems con la turca Baykar nel settore dei droni al progetto “Bromo” con Airbus e Thales nello spazio. «Non è tanto importante essere primi, quanto la capacità delle industrie europee di collaborare e creare una politica industriale di difesa comune».
La stoccata all’Europa sull’Ai
È sull’Ai, però, che Macrì riserva la critica a Bruxelles. «La prima cosa che l’Europa ha fatto quando è apparsa sulla scena l’Ai è pensare a come proteggersi. Invece di guidare un grande fenomeno tecnologico, ha pensato a regolarlo».
Una fotografia piuttosto impietosa del riflesso europeo: normare prima di competere. Per Macrì il risultato è che il continente «ha rinunciato a fare ricerca, è rimasto indietro e ora è costretto a usare sistemi operativi altrui». E dopo l’Ai potrebbe arrivare un’altra occasione persa, quella degli umanoidi. «Per certi versi sono terrificanti, ma non possiamo limitarci a una angosciosa attesa di come cambieranno la difesa».
Il problema, nella sua lettura, è più complesso. Riguarda, infatti, la capacità europea di decidere. Cina e altri concorrenti possono contare su filiere corte e processi rapidissimi, mentre «in Ue ci dividiamo e discutiamo a discapito dell’efficacia decisionale». È questa, per Macrì, la partita dietro il riarmo: non semplicemente comprare più armi, ma evitare che l’Europa finanzi la propria sicurezza continuando, però, a dipendere dalla tecnologia degli altri.