Destra avanti
Spagna, Vox vola nei sondaggi. Abascal: «Giorgia Meloni per noi è un punto di riferimento»
Il leader della destra spagnola rivendica la convergenza con la premier italiana e smonta il bluff di Pedro Sánchez su rimpatri e risultati economici
Santiago Abascal guarda a Roma, ma intanto i numeri cominciano a sorridergli anche a Madrid. Il leader di Vox, intervistato da Quarta Repubblica per la puntata in onda lunedì sera su Rete4, rivendica senza giri di parole il rapporto con il presidente del Consiglio e Fratelli d’Italia: «Giorgia Meloni resta per noi un punto di riferimento». Una dichiarazione che arriva mentre in Spagna il premier socialista Pedro Sánchez perde terreno nei sondaggi e la destra, ancor più dopo la crisi di Ceuta, continua invece a guadagnarne.
Abascal: «Meloni è un punto di riferimento»
«Riscontriamo una convergenza totale con lei così come con altre forze europee su temi come immigrazione, società e politiche economiche, siamo molto orgogliosi di questa alleanza con la presidente del Consiglio e con Fratelli d’Italia», spiega Abascal. Poi riconosce alla premier italiana quello che, per ora, a Vox ancora manca: «Giorgia Meloni ha avuto più fortuna di noi, essendo riuscita a diventare la candidata più votata dagli italiani e a guidare il governo, noi ancora non ci siamo riusciti, vedremo in futuro».
Quel “vedremo” oggi suona un po’ meno rituale. L’ultimo sondaggio Invymark infatti assegna al Pp il 33,7%, al Psoe il 26,8% e a Vox il 18,6%. Rispetto alla rilevazione di giugno, Abascal guadagna 1,1 punti mentre i socialisti ne perdono mezzo. Se il confronto viene fatto con le politiche del 2023, la fotografia è ancora più eloquente: la sinistra lascia indietro ben 4,9 punti, Vox ne guadagna 6,2.
Ceuta cambia anche i sondaggi
Non è difficile capire quale dossier stia alimentando il movimento. Abascal porta l’intervista esattamente sul terreno che nelle ultime settimane ha trasformato Ceuta da emergenza di frontiera a problema politico per la Moncloa. Per il leader di Vox in Spagna «è necessario chiudere le frontiere e avviare un processo di rimpatri per chi commette reati e di remigrazione per chi vive in Spagna senza lavorare gravando sul sacrificio dei lavoratori spagnoli».
Ed è proprio sui rimpatri che il governo Sanchez continua a inciampare. Come ricostruisce La Verità, a oltre sei settimane dall’inizio della crisi nessuno dei migranti per i quali sono state avviate le procedure sarebbe stato rimpatriato, fatta eccezione per circa 300 nordafricani allontanati dopo essere stati coinvolti in reati. Nei primi 45 giorni, secondo dati riportati da Cadena Ser e ripresi dal quotidiano, almeno 1.800 persone erano già state registrate e avevano un fascicolo aperto, senza che fosse stato ancora disposto né il rimpatrio né riconosciuto l’asilo.
La sinistra che ignora la realtà
Il ministero dell’Interno progressista assicura che però le pratiche procedono a un «ritmo ragionevole». Ragionevole forse per la burocrazia, un po’ meno per una città che deve fare i conti ogni giorno con le conseguenze dell’emergenza. Non solo, il governo locale di Ceuta ha stimato in circa 13mila, tra adulti e minori, le persone ancora presenti nell’exclave, mentre le strutture temporanee sono sottoposte a una pressione crescente.
Abascal attacca anche la narrazione economica dell’esecutivo. I dati macroeconomici del governo, sostiene, «possono sembrare positivi», ma nella vita quotidiana vede tutt’altro: spesa più cara e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. Sul fronte migratorio accusa inoltre Sánchez di aver favorito «processi di regolarizzazione di massa» incompatibili, a suo giudizio, con la capacità dei servizi pubblici di assorbire nuovi ingressi.
Il terreno politico, del resto, è diventato scivoloso per la Moncloa. El País pubblica un sondaggio secondo cui il 63% degli spagnoli giudica negativamente la gestione di Sánchez della crisi di Ceuta, contro appena il 14,2% che la promuove. Nello stesso sondaggio Pp e Vox insieme superano per la prima volta il 50%, arrivando al 50,2%; Vox viene inoltre indicato dal 27% degli intervistati come il partito più capace di gestire l’immigrazione.
«Una guerra ibrida del Marocco»
Su Ceuta Abascal alza ulteriormente il tiro. «Non siamo di fronte a una questione migratoria ma a un’invasione migratoria del nostro territorio», sostiene, accusando il governo di avere avuto informazioni preventive senza intervenire. La sua lettura è geopolitica prima ancora che migratoria: «Ci troviamo di fronte a una guerra ibrida da parte del Marocco», che utilizzerebbe la pressione sulle frontiere per destabilizzare Ceuta e Melilla, nonché le Canarie. «È impossibile che in una nazione dove tutto è controllato dal regime, 100mila persone si spostino senza che il regime controlli. Sappiamo che la polizia marocchina ha permesso a queste persone di entrare in Spagna», ha concluso.