Una vecchia storia
Chi ha paura della famiglia? Cosa c’è dietro le firme contro il ddl Valditara sull’educazione sessuoaffettiva
Le firme contro il consenso informato dei genitori sono arrivate a quota 500mila e hanno incassato il consueto sostegno di certa sinistra vip. Ma quello che c'è davvero dietro è la battaglia sul ruolo dei genitori
Sono state raccolte 500mila firme per abrogare la legge Valditara che impone di chiedere il consenso dei genitori per l’educazione sessuoaffettiva degli studenti nelle scuole. Un risultato raggiunto in pochissimo tempo, grazie anche alla rivoluzione delle firme online che ci regaleranno, da qui a breve, un referendum a settimana, che testimonia quanto furore ideologico alimenti il dibattito su questi temi.
Il diritto-dovere dei genitori di educare i figli
Eppure sono i genitori ad avere “l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”: a sancirlo non è il leader di qualche formazione conservatoroscurantista di ispirazione medievale, periodo che piace tanto evocare, a sproposito, a quelli che vogliono dare l’impressione di sapere dando sfoggio di crassa ignoranza. A stabilire che l’educazione dei figli non sia solo una facoltà ma addirittura un obbligo dei genitori è nientemeno che il codice civile che, specularmente, riconosce il diritto del figlio di essere “mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”.
Il ruolo dello Stato
Lo Stato, insomma, in questo scenario di obblighi e diritti, interviene – rectius, dovrebbe intervenire – solo in casi di estrema gravità e qualora sia in pericolo l’incolumità del minore. D’altronde, chi conosce meglio un figlio del padre e della madre? Chi, meglio di un genitore, è in grado di valutare il grado di maturità di un figlio? Chi, meglio di un genitore, è in grado di valutare quando e come impartire determinati insegnamenti ai figli? Nessuno, direbbe una persona senza pregiudizi e con un minimo di raziocinio. Nessuno conosce un figlio meglio di chi lo ha messo al mondo, cresciuto, educato e osservato ogni singolo giorno della sua vita, dal primo vagito.
Perché il fronte progressista è contrario al consenso dei genitori?
E allora perché l’intero fronte progressista è così infervorato sulla questione dell’educazione sessuoaffettiva nelle scuole? Perché la legge varata lo scorso giugno dal Parlamento, che prevede che sia necessario il consenso dei genitori, è invisa agli italici progressisti al punto da spingerli, tra un weekend in Puglia e uno a Capalbio, a passare l’estate a raccogliere firme per la sua abrogazione?
La risposta è banale quanto triste: la battaglia portata avanti dalle opposizioni a suon di slogan e terrorismo sulle conseguenze nefaste della mancata educazione sessuoaffettiva dei treenni, non ha nulla a che vedere con l’insegnamento del rispetto, dell’empatia e dei principi della parità di genere ai più piccoli, già prevista, peraltro, dalle linee guida del Ministero dell’Istruzione. Il punto è politico: “Il bambino non è dei genitori”, affermava qualche anno fa Francesca Archibugi, rivendicando di appartenere al partito di Bibbiano. Il sottotesto, condiviso da molta parte del mondo progressista, è che i figli siano dello Stato.
Quando il genitore è visto come un ostacolo
Uno Stato che ha il compito di disporne e di riprogrammarli in funzione della contingenza politica, secondo i valori che più si confanno ai desiderata della parte che da sempre pretende di detenere l’egemonia culturale della Nazione. E qui il genitore, con la sua fastidiosa abitudine di conoscere il proprio figlio, di sapere quali siano le sue fragilità e di avere una propria idea di ciò che sia opportuno affrontare a una determinata età, diventa improvvisamente un intralcio. Non un interlocutore, ma un ostacolo; non il primo responsabile dell’educazione, ma qualcuno da mettere da parte perché lo Stato possa decidere al suo posto.
Un approccio ideologico
La polemica si alimenta sempre con gli stessi ingredienti. C’è il femminicidio, tragedia terribile e fenomeno che merita ogni intervento serio possibile, puntualmente strumentalizzato per evocare la necessità di una immediata rieducazione sentimentale delle nuove generazioni. Dei maschi, in particolare, per estirpare da loro il maschilismo tossico, possibilmente prima ancora che abbiano imparato a fare una divisione con la virgola.
C’è, poi, l’omobilesbotranfobia infantile, da curare con delle drag queen invitate a scuola a leggere fiabe sui bambini figli di due mamme. E che dire dei bambini trans? Bisogna che nelle scuole ci sia qualcuno in grado di intervenire quando il piccolo Tommaso, anni 4 e dita perennemente nel naso, decide di giocare con una bambola per cinque minuti, presentando chiari ed inequivocabili segni di disforia di genere!
Dall’educazione alla rieducazione
Come è evidente a chiunque sia dotato di un minimo di onestà intellettuale, il passo dalla sacrosanta educazione al rispetto all’attuazione di un piano di bonifica e riprogrammazione di un’intera generazione, da sottoporre a un corso accelerato di rieducazione civile secondo i parametri stabiliti dal progressismo di turno è brevissimo. E la cosa diventa ancora più evidente quando si guarda ai testimonial di questa ennesima battaglia di civiltà: Francesca Michielin, Fiorella Mannoia, Alessandro Gassmann, Anna Foglietta, Piero Pelù, Paola Turci sono solo alcuni della nutrita schiera di fini intellettuali ed esperti pedagogisti che, strepitando “stiamo tornando al Medioevo!” o “allora chiediamo il consenso anche per la geografia!”, avversano la legge con lettere aperte, appelli, videomessaggi.
I figli non sono dello Stato
Tutti, ovviamente, insospettabili di simpatie progressiste e per niente immersi fino al collo nella, ahiloro moribonda, brodaglia woke. Di fronte a tutto questo, appare ancora più chiaro come la famiglia resti l’ultimo baluardo per i più piccoli. Difendere il diritto dei genitori a conoscere, scegliere e accompagnare l’educazione dei propri figli non significa essere ignoranti, retrogradi o oscurantisti, come continuano a ripetere dalle parti di Boldrini & co. Significa ricordare una cosa elementare: un figlio non è dello Stato. La scuola può educare, lo Stato può garantire, ma nessuno dei due dovrebbe sostituirsi a chi quel figlio lo conosce, lo cresce e ne porta la responsabilità.