Anno scolastico al via
Carta, penna e cantautori: il ritorno in classe è una rivoluzione pop e analogica
Dopo l'ubriacatura digitale che ha investito anche la scuola, numerosi studi hanno dimostrato i benefici della scrittura a mano e dell'esercizio della memoria: le nuove regole ne tengono conto, ma non è un semplice ritorno al passato
Libro, carta e penna: è questo lo slogan del nuovo anno scolastico. Col suono della prima campanella entrano in vigore i nuovi programmi e dovranno essere rispettate le indicazioni nazionali diramate dal ministero dell’Istruzione e del Merito. Le scuole saranno chiamate ad adeguare progressivamente i propri curricoli favorendo, tra le altre cose, il ritorno alla scrittura a mano e lo studio delle poesie a memoria. Maggiore attenzione allo studio dei testi classici, uno sguardo alla Bibbia e divieto assoluto dei cellulari durante le ore di lezione. Spazio anche all’analisi dei brani dei cantautori che hanno scritto la storia della musica italiana, da Battisti e Mogol a De André e De Gregori. Non un ritorno al passato ma un nuovo equilibrio per contrastare le cieche fughe in avanti dettate dalla digitalizzazione e dall’utilizzo sempre più ossessivo dell’intelligenza artificiale.
Niente smartphone per essere davvero presenti
Una piccola ma significativa rivoluzione che guarda ai tradizionali e consolidati metodi educativi come leva per l’efficace formazione degli studenti “figli di ChatGpt e TikTok”. Niente più tablet al posto dei quaderni (alcune scuole avevano sostituito addirittura i libri cartacei con le versioni digitali in sezioni sperimentali), niente smartphone trasformati all’occorrenza in dizionari, calcolatrici o agende. Insomma, si torna a scuola e per sei ore ci si dimentica il digitale ad ogni costo.
D’altronde lo smartphone ci accompagna già, tutti, quasi in ogni momento della giornata: è spesso la prima cosa che si guarda appena svegli e l’ultima prima di dormire. Per una generazione cresciuta con il telefono sempre a portata di mano, restare un’ora davanti a un insegnante senza controllare funge quasi come un esercizio di resistenza. E la scuola è uno degli ultimi luoghi nei quali si può ancora chiedere a un ragazzo di fare qualcosa che nella vita quotidiana è diventata sempre più rara: concentrarsi su una sola attività alla volta, senza uno schermo che venga in ausilio per colmare vuoti e dimenticanze.
La rivincita di carta e penna
In quanto al blocco degli smartphone in orario didattico l’Italia non è la sola a seguire tale direzione. Secondo l’Unesco, nel marzo 2026 erano già 114 i sistemi educativi nel mondo ad aver introdotto un divieto nazionale dei telefoni a scuola, pari al 58% dei Paesi monitorati. Nel 2023 erano meno di uno su quattro. Una crescita rapidissima che dimostra come il problema abbia ormai superato confini politici e geografici.
Poi c’è la scrittura, quasi dimenticata e per questo nuovamente al centro dell’agenda educativa. Premere una lettera sulla tastiera richiede sempre lo stesso gesto, scriverla a mano significa invece costruirla, seguirne la forma, collegare movimento, attenzione e pensiero. Mentre una meta-analisi pubblicata nel 2024 sull’Educational Psychology Review, basata su 24 studi, aveva già rilevato come gli studenti universitari che prendevano e successivamente studiavano appunti scritti a mano ottenevano mediamente risultati migliori rispetto a chi utilizzava una tastiera, nonostante quest’ultima consentisse di annotare una quantità maggiore di informazioni.
Accade perché con la penna si è spesso costretti a sintetizzare, selezionare le informazioni importanti e rielaborarle stimolando maggiormente il pensiero e la memoria.
Il ritorno delle poesie a memoria
La memoria, appunto. Per anni l’espressione “imparare a memoria” è stata quasi trasformata in un’accusa, sinonimo di una scuola vecchia, meccanica, poco creativa, tutta nozioni e poca comprensione. Eppure una poesia imparata da bambini, una data storica, una regola grammaticale, una formula matematica o una frase rimasta impressa negli anni costruiscono quel patrimonio di conoscenze al quale il ragionamento può attingere senza dover interrogare continuamente un motore di ricerca. Il ministro Valditara ha collegato proprio a questo obiettivo il ritorno della poesia nei programmi, parlando della necessità di evitare di “spegnere la memoria”. Le poesie, ha inoltre aggiunto “rappresentano un patrimonio espressivo, di immagini, una ricchezza di sensibilità che è giusto che i nostri bambini posseggano”.
Nessun passatismo: l’investimento da 500 milioni sul digitale
Allo stesso tempo l’utilizzo controllato dei nuovi strumenti digitali non può essere archiviato. Lo ha ribadito lo stesso ministro dell’Istruzione e del Merito sottolineando come siano stati investiti 400 milioni di euro per la formazione sul digitale del personale scolastico e sia stata introdotta nelle nuove linee guida sull’educazione civica la formazione alla consapevolezza delle potenzialità e dei rischi dell’IA. Altri 100 milioni di euro, ha ricordato Valditara, sono stati stanziati per diffondere l’utilizzo della intelligenza artificiale nelle scuole. “La comprensione del linguaggio IA – ha chiarito il ministro in un’intervista a Famiglia Cristiana – entrerà nelle scuole già alle primarie. Nelle superiori introduciamo invece l’intelligenza artificiale per potenziare lo studio delle materie Stem”.