Nella morsa
Trump dichiara il “D-Day economico” contro l’Iran: inizia la guerra commerciale e finanziaria contro il regime
Dopo il fallimento delle tregue, Washington tenta di prosciugare le risorse del regime colpendo petrolio, banche e partner internazionali. A cominciare dalla Cina
Esteri - di Alice Carrazza - 20 Agosto 2026 alle 10:44
Donald Trump ha dichiarato il suo «D-Day economico» contro l’Iran. Dopo quasi sei mesi di guerra, due cessate il fuoco naufragati, e una trattativa incapace di produrre l’accordo reclamato dalla Casa Bianca, il presidente americano sposta il baricentro dello scontro: dalle bombe alle banche, dai missili ai registri navali. E avverte che il conto non sarà presentato soltanto a Teheran, ma a ogni Paese disposto a garantirle una via di sopravvivenza. «Nessuno più di me ha offerto alla Repubblica islamica dell’Iran un’opportunità tanto grande di raggiungere un accordo. Tragicamente per loro, non hanno saputo coglierla», ha scritto il tycoon su Truth Social, annunciando «la più devastante operazione economica mai condotta contro un Paese».
Il messaggio è costruito come un bollettino di vittoria. Secondo il presidente, la Marina iraniana «non esiste più», l’Aeronautica è stata distrutta, le fabbriche militari sono ridotte in macerie, la valuta non vale nulla e il regime è ormai «appeso a un filo». Rivendicazioni che Washington accompagna ora con il tentativo di chiudere le ultime arterie attraverso le quali gli ayatollah incassano valuta estera, vendono greggio e aggirano un sistema di sanzioni affinato in quasi cinquant’anni.
L’avvertimento ai partner dell’Iran
La parte politicamente più rilevante dell’annuncio riguarda infatti le capitali che Trump non nomina. «Qualsiasi Paese consenta alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di offrire qualunque forma di sostegno vitale all’Iran dovrà affrontare enormi conseguenze economiche», ha avvertito.
Il bersaglio comprende il contrabbando di petrolio, le linee di swap, i trasferimenti di denaro, le società di cambio, i registri navali e le imprese di comodo utilizzate per schermare commerci e proprietà. La Casa Bianca, tuttavia, non ha ancora chiarito quali sanzioni secondarie intenda applicare né contro quali governi. Il perimetro tracciato da The Donald potrebbe coinvolgere anche alcuni alleati degli Stati Uniti impegnati nella mediazione.
Un primo segnale è già arrivato dagli Emirati Arabi Uniti, sede di un’importante presenza militare americana e snodo fondamentale per gli scambi regionali. Abu Dhabi ha sospeso a tempo indeterminato ogni attività commerciale e finanziaria con Teheran dopo aver denunciato il lancio di due missili iraniani, caduti in mare. La Repubblica islamica ha respinto l’accusa, definendola infondata.
Il vero banco di prova è Pechino
La partita decisiva, però, porta in Cina. Secondo i dati Kpler relativi al 2025, Pechino assorbe oltre l’80% del petrolio iraniano esportato via mare, in larga parte attraverso raffinerie indipendenti. Colpire acquirenti, intermediari e navi significherebbe provare a prosciugare una delle principali fonti di liquidità del regime. Ma vorrebbe dire anche aprire un nuovo fronte con il gigante asiatico, capace di reagire limitando l’esportazione verso gli Stati Uniti di prodotti strategici, a cominciare dalle terre rare.
Sullo sfondo resta comunque lo Stretto di Hormuz, la leva con cui Teheran ha trascinato il conflitto dentro l’economia mondiale. Prima dell’inizio delle ostilità, da quel passaggio transitava circa un quinto del petrolio commercializzato a livello globale. La capacità iraniana di ridurre il traffico ha fatto oscillare i mercati e coinvolto rapidamente le monarchie del Golfo.
Le tregue annunciate in aprile e giugno avrebbero dovuto ripristinare la navigazione e aprire la strada alla conclusione della guerra. Entrambe si sono consumate in pochi giorni, benché Israele si sia in larga parte ritirato dai combattimenti. Intanto il prezzo pagato dagli Stati Uniti continua a crescere: secondo la banca dati del Pentagono citata dalla Cnn, dall’inizio delle ostilità sono rimasti feriti più di 750 militari americani. «Con lo scoppio di una nuova guerra, useremo armi più distruttive», avvertono i Pasdaran, per bocca di Sardar Mohebbi, portavoce dei Guardiani della Rivoluzione. «La potenza distruttiva delle testate supererà di gran lunga quella delle guerre precedenti. Se dovesse scoppiare una guerra, le nostre armi saranno completamente diverse da quelle del passato, sotto ogni aspetto».
La replica di Teheran
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha liquidato il «D-Day economico» come un diversivo destinato a nascondere il debito record degli States e l’aumento del costo degli interessi. «Insistere su politiche fallimentari non farà altro che portare a ulteriori sconfitte e all’inimicizia degli iraniani», ha scritto su X, accusando Washington di «terrorismo economico».
Teheran sostiene di essere ancora disponibile al confronto, ma non alla resa. Washington pretende invece il controllo delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito e un’intesa più restrittiva sui programmi nucleari. Da qui la contraddizione delle ultime ore: Trump assicura che non sia in corso alcun negoziato, mentre Jared Kushner parla di colloqui «più intensi che mai».
La diplomazia continua dunque a respirare, ma attraverso una fessura sempre più stretta. Con il suo ultimatum, Trump prova ora a togliere ossigeno al regime senza offrire riparo a chi lo tiene in vita.