Nervi tesi
La tregua è finita, torna il fuoco a Hormuz: un proiettile centra una nave nello Stretto
Un marinaio è rimasto ferito e la sala macchine è stata danneggiata. Teheran minaccia l’offensiva mentre il traffico mercantile resta quasi paralizzato
Lo Stretto di Hormuz resta un imbuto quasi chiuso, e la diplomazia non riesce ad allargarne il passaggio. Soltanto sei navi mercantili lo hanno attraversato lunedì, tre in entrata e altrettante in uscita, proprio nel giorno in cui scadevano i sessanta giorni concessi a Stati Uniti e Iran per trasformare la fragile tregua di giugno in un accordo definitivo. Nelle stesse ore, un mercantile in uscita è stata raggiunto da un proiettile di origine ancora sconosciuta.
L’incidente, segnalato dall’Operazione commerciale marittima del Regno Unito, l’Ukmto, alza ulteriormente il livello di allarme. Il colpo ha danneggiato la sala macchine della nave e ferito un membro dell’equipaggio. Gli altri marittimi sono stati assistiti dalla Guardia costiera dell’Oman. Non risultano conseguenze ambientali, mentre restano da chiarire però la responsabilità dell’attacco.
Intanto, i dati preliminari di Kpler restituiscono la misura della paralisi. Negli ultimi dieci giorni la media si è fermata a undici transiti quotidiani; sabato ne sono stati registrati tre, e domenica appena due. Nessuna delle imbarcazioni individuate durante il fine settimana era una superpetroliera o una nave per il trasporto di gas naturale liquefatto. Il conteggio potrebbe non comprendere le unità che navigano con i transponder spenti, ma la tendenza non cambia: uno dei principali corridoi energetici del pianeta continua a funzionare al minimo.
⚡️🚨 Cargo ship struck by projectile while exiting Strait of Hormuz; engine room damaged and one crew member injured. Maritime traffic in the area warned to proceed with caution. (IRIB News) pic.twitter.com/SnSp4ISPYg
— Middle East Observer (@ME_Observer_) August 18, 2026
La tregua scaduta e la minaccia di Teheran
Il memorandum sottoscritto il 17 giugno proclamava la «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti», e fissava un termine di sessanta giorni per negoziare sul programma nucleare iraniano, sulle sanzioni americane, e sulla sicurezza della navigazione. Quell’impianto è però saltato quasi subito: il 7 luglio il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato l’intesa «finita»; una settimana più tardi Teheran l’ha definita «sospesa».
Il nodo è il controllo di Hormuz. L’Iran sostiene che il punto 5 del memorandum gli riconosca il diritto di gestire il passaggio marittimo condiviso con l’Oman; Washington respinge questa lettura. Nel frattempo Teheran ha aperto il fuoco contro le imbarcazioni accusate di seguire rotte non autorizzate, trasformando la geografia in uno strumento di pressione militare ed economica.
Un alto funzionario iraniano ha annunciato a Reuters il passaggio a una postura «pienamente offensiva». Gli apparati della Repubblica islamica, ha spiegato, devono prepararsi a un’escalation nello Stretto e nell’intera regione. Se la diplomazia fallirà, l’Iran sarebbe pronto a lanciare un attacco «tempestivo e preciso» per spezzare quello che considera il blocco navale statunitense.
Trump chiude alla proroga
Il tycoon intanto ha escluso qualsiasi estensione dell’accordo provvisorio. «Non accetteranno il tipo di accordo che ritengo necessario», ha detto nello Studio Ovale, ribadendo che l’Iran non potrà possedere un’arma nucleare. Poco prima era stato ancora più netto: Teheran, ha affermato, dovrebbe «alzare bandiera bianca e arrendersi».
Resta aperto un canale riservato con i pasdaran. Secondo Axios, l’ex direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard avrebbe utilizzato un intermediario curdo iracheno per far arrivare un messaggio al comandante Ahmad Vahidi. Jared Kushner, inviato del potus nonché suo genero, ha confermato che i contatti con le diverse componenti del potere iraniano sono oggi particolarmente intensi.
Non basta, almeno per ora, a rimettere in moto le petroliere. Prima della guerra, da Hormuz passava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Oggi quel corridoio è diventato il principale moltiplicatore della crisi: poche navi, prezzi più alti. E un singolo colpo capace di riaccendere il fronte.