L'arte di sparigliare
Ranucci, il cortocircuito di Lavitola: è un fratello, per questo ho ordinato l’attentato. E monta il giallo dell’avvertimento un mese prima
Messaggi dal carcere e versioni opposte: l'imprenditore "pentito" dice di aver allertato il giornalista prima dell'esplosione. Intanto "la banda" chiede di parlare col pm
Sul caso Ranucci-Lavitola spariglia le carte sul tavolo con dichiarazioni e contro-affermazioni che in un guazzabuglio di “parentele” affettive rischia di intricare ancora di più la matassa. E intanto, se da un lato si dice «pentito e affranto» per avere «provocato dei guai al “fratello Ranucci” e a Tavares, considerato «un figlio», dall’altro però conferma di avere parlato con lui nei primi giorni del settembre scorso, di averlo “avvisato di possibili attentati” ai suoi danni.
Caso Ranucci, Lavitola continua a sparigliare…
«Lavitola vive una condizione psicologica certamente non facile, perché per una scelta autonoma ha provocato dei guai a due persone che sono per lui un figlio, e parlo di Gomes, e un fratello in riferimento a Ranucci», ha argomentato nelle scorse uno dei suoi difensori, l’avvocato Arturo Cola, uscendo dal carcere di Rebibbia dove ha avuto un colloquio di quasi tre ore con il suo assistito, cercando di spiegare: «È pentito per avere messo nei guai persone a cui tiene».
«Scelta solo mia. Pentito perché ho inguaiato un “fratello”»
E in questo tourbillon di colpi di scena e zone d’ombra, al centro del quadro investigativo resta sempre comunque lui: Valter Lavitola, che avrebbe sostenuto di essere il mandante dell’attacco dinamitardo e che secondo l’ultima ricostruzione ha ammesso di avere commissionato l’azione su cui non azzarda ritrattazioni in merito al movente, al tempo stesso annuncia dichiarazioni spontanee al Riesame per offrire delle «puntualizzazioni» e un’«interpretazione autentica» della propria versione. Confermando al tempo stesso l’idea di organizzare l’attentato a Ranucci è stata una scelta solo sua. Che non esistono altri mandanti. E che lo ha fatto per fare ottenere al giornalista un innalzamento dei livelli di scorta «alla luce delle minacce ricevute».
Ma un mese prima Lavitola avvisò Ranucci sul rischio attentati
Nel frattempo però, sullo sfondo emerge un dettaglio chiave: Lavitola sostiene di aver incontrato Ranucci a settembre scorso per avvisarlo di possibili pericoli per la sua incolumità. Avvertimenti che il giornalista avrebbe tuttavia ignorato e mai riferito ai magistrati della Dda. Secondo la difesa, una valutazione superficiale da parte di Ranucci, che non avrebbe dato peso agli alert ricevuti prima dell’esplosione. «A noi interessano i fatti – ha affermato Cola – in sede di interrogatorio di garanzia. Il mio assistito ha escluso che vi fosse un accordo preventivo sull’attentato». Ma dalle carte dell’indagine emerge dell’incontro tra i due alcune settimane prima…
Intanto la difesa della banda deposita la richiesta d’interrogatorio
Non solo. Perché contemporaneamente a tutto quanto elencato si registra una svolta sul fronte dei presunti esecutori materiali. I legali dei quattro arrestati il 30 giugno scorso (tre uomini in carcere e una donna ai domiciliari) hanno depositato formale richiesta di interrogatorio davanti al pubblico ministero. Finora si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, ma adesso gli indagati – accusati di porto di ordigno esplosivo, minacce e danneggiamento con l’aggravante mafiosa – intendono chiarire la propria posizione.
Atteso un chiarimento sul mandato ricevuto
Il punto focale del nuovo confronto sarà la reale portata del mandato. Lavitola ha dichiarato di aver commissionato un’azione puramente dimostrativa: ovvero quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta, e non la bomba collocata sul posto. Spetterà ora agli esecutori chiarire quali direttive abbiano effettivamente ricevuto e quale sia stato il ruolo dell’intermediario e factotum, Gomes Clesio Tavares, tuttora latitante in Africa nonostante da lì annunci a giorni alterni di voler rientrare in Italia e chiarire la propria posizione…
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