L'ultimatum di 30 giorni
Ceuta abbandonata da Sánchez si appella ai giudici: «La città è in pericolo». Si allunga la lista dei ribelli nel Psoe
Il deputato socialista ceutino, Melchor León, denuncia cifre contraddittorie e emergenza. Ora rischia l’espulsione dal partito per avere osato contestare la linea ufficiale
Politica - di Alice Carrazza - 18 Agosto 2026 alle 10:18
Trenta giorni per restituire Ceuta alla normalità. Poi Juan Jesús Vivas busserà alle porte delle massime istituzioni dello Stato, dal Parlamento ai vertici della magistratura. Il presidente della città autonoma, esponente del Partito popolare, ha trasformato la denuncia dell’abbandono in un ultimatum politico al governo socialista di Pedro Sánchez, accusato di avere prima «mascherato la realtà». E poi opposto alla crisi una «passività quasi assoluta».
Vivas intende chiedere udienza ai presidenti del Tribunale Supremo e del Tribunale Costituzionale. Non annuncia, almeno per ora, un ricorso giudiziario già definito, ma vuole portare davanti ai più alti magistrati spagnoli un messaggio tanto semplice quanto pesante: «Ceuta è in pericolo». «Comunicherò loro la situazione perché ne siano a conoscenza», ha precisato. Assicurando in calce «assoluto rispetto per l’indipendenza del potere giudiziario». Se Madrid non agirà, saranno coinvolti anche le Cortes Generales, i governi regionali, la Federazione dei Comuni, le organizzazioni imprenditoriali e i sindacati, come riporta La Vanguardia.
L’ultimatum a Sánchez
«Il governo ha i mezzi e la capacità di ripristinare la normalità entro trenta giorni», sostiene Vivas. La domanda, condivisa da molti residenti, è perché quei mezzi non siano stati ancora impiegati fino in fondo. A quasi tre settimane dall’ingresso di oltre 72mila persone dal Marocco, le cifre continuano infatti a ballare: il ministero dell’Interno parla di circa 5mila migranti ancora presenti. Il governo ceutino ne stima 8mila. E il Pp arriva a 10mila. Migliaia dormono all’aperto o in sistemazioni improvvisate, mentre associazioni e volontari distribuiscono vestiti, alimenti e prodotti per l’igiene.
La Moncloa ha risposto annunciando quattro strutture temporanee, per complessivi 1.500 posti. Un intervento arrivato con forte ritardo e insufficiente persino rispetto alle valutazioni più prudenti: secondo le stime diffuse in Spagna, servirebbero almeno quattromila posti. E se si guarda alle immagini che arrivano non basteranno solo quelli.
I ribelli del Psoe
Il deputato socialista ceutino Melchor León, ormai in aperto conflitto con il proprio partito, accusa il governo di avere fornito «quattro dati contraddittori» sugli ingressi. E respinge il racconto del ritorno alla calma: «Potete chiedere a qualsiasi cittadino: qui non c’è normalità. Le persone hanno paura. Le donne non possono uscire da sole. Neppure mia figlia, che ha otto anni, può uscire. E mi domanda: “Papà, perché non posso più andare al parco?”. Che cosa dico io a mia figlia di otto anni?».
Quindi aggiunge: «Il problema non è soltanto che non ci sia normalità; il problema è che non sappiamo quando riusciremo a recuperarla. Perché qui sono venuti sette ministri e ancora non ci hanno dato una soluzione, non ci hanno dato un piano, non ci hanno indicato delle scadenze. E non sappiamo quando queste persone torneranno in Marocco. Avrebbero dovuto essere rimandate indietro immediatamente».
«Non mi farò alcuno scrupolo nel chiedere conto delle responsabilità politiche a chi le ha, cioè al governo spagnolo, che detiene le competenze sulla crisi umanitaria che stiamo vivendo a Ceuta. Denuncerò questa situazione ovunque sarà necessario denunciarla». León sostiene inoltre di essere minacciato di espulsione dal Psoe per le sue critiche. Un déjà-vu, considerando quanto accaduto appena ieri con la scomunica dei socialisti europei contro la premier danese Mette Frederiksen, colpevole di avere invocato maggiore pragmatismo e fermezza nella gestione dell’immigrazione.
La destra invoca la sicurezza nazionale
Il Partito popolare ha intanto depositato al Congresso una mozione articolata in undici punti. La deputata Cuca Gamarra chiede l’attivazione della Legge sulla sicurezza nazionale, un comando statale unificato, più uomini delle forze dell’ordine, il rafforzamento degli uffici per l’immigrazione e il rimpatrio di chi non possiede titolo per restare. Per il Pp di Alberto Núñez Feijóo non si tratta più soltanto di emergenza migratoria, ma di «una crisi di sovranità, integrità territoriale e sicurezza nazionale».
Sul fondo resta il rapporto opaco con Rabat. Nel 2021 il Marocco aprì le frontiere dopo che Madrid aveva accolto per ragioni sanitarie Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario. Un anno dopo Sánchez abbandonò la tradizionale neutralità spagnola sul Sahara occidentale, riconoscendo il piano autonomista marocchino e provocando una crisi con l’Algeria. Oggi il premier non vuole correggere quella linea, nonostante Vivas sospetti che la prudenza di Madrid serva soprattutto a «non disturbare il vicino», che pare abbia delle carte da giocare contro il premier, stando alle indiscrezioni.
La crisi, però, ha ormai superato i confini spagnoli. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che l’Italia valuterà «con grande attenzione» quando revocare i controlli Schengen: «Dipende da come evolverà la situazione a Ceuta, che rimane ancora molto preoccupante». Mentre Sánchez difende il rapporto con il Marocco, l’exclave continua dunque a pagare il prezzo di una politica che ha scambiato la stabilità promessa da Rabat per una dipendenza sempre più difficile da nascondere.