Scoperto dalla stampa iberica
Smascherato l’ultimo bluff di Sánchez: le mirabolanti statistiche sui posti di lavoro gonfiate dagli immigrati
Dietro il crollo dei contratti a termine spuntano fino a un milione di “fissi discontinui”. E menomale che Elly Schlein diceva: "Faremo come in Spagna per ridurre la precarietà"
Politica - di Alice Carrazza - 14 Agosto 2026 alle 16:27
«Faremo come la Spagna per ridurre drasticamente i contratti precari». Era il 2 maggio quando la segretaria del Partito democratico Elly Schlein indicava nel mercato del lavoro spagnolo la strada che un futuro governo di sinistra avrebbe dovuto seguire. Tre mesi dopo, mentre il primo ministro Pedro Sánchez resta assediato dagli scandali che scuotono il suo partito e dalla crisi migratoria di Ceuta, quel modello mostra crepe che le “cheerleader del socialismo iberico” avevano volontariamente evitato di guardare.
700mila disoccupati nascosti
«Il caos statistico dei fijos discontinuos»: così El Economista definisce il rompicapo prodotto dalla riforma spagnola. Al centro ci sono i cosiddetti “falsi indeterminati”: contratti formalmente a tempo indeterminato che alternano periodi di lavoro a fasi di inattività, durante le quali non vengono corrisposti né salario né ore lavorate. Il caos ha numeri precisi. A fine giugno il Servizio pubblico per l’impiego registrava 801.441 “richiedenti con rapporto di lavoro”. Analizzando i microdati dell’Indagine sulla popolazione attiva, però, ne emergono soltanto 93.896 iscritti agli uffici del lavoro: una voragine di oltre 707 mila persone.
Non significa che siano altrettanti disoccupati nascosti. Significa qualcosa di ugualmente grave: due rilevazioni pubbliche descrivono lo stesso mercato con categorie e risultati radicalmente differenti. La discrepanza si ripete sulle prestazioni: il Servizio pubblico per l’impiego le corrisponde a 118.005 fissi discontinui, mentre l’indagine statistica ne intercetta appena 36.590. Quest’ultima stima complessivamente 796.147 fissi discontinui: 730.845 al lavoro e 65.302 in bassa stagione. Nel trimestre precedente, tuttavia, quelli nel periodo di inattività erano 172.663. Una volatilità che rende azzardato trasformare automaticamente la parola “indeterminato” in sinonimo di stabilità.
Dal 2024, inoltre, il ministero del Lavoro non riporta più nell’annuario statistico la media mensile dei fissi discontinui iscritti ma esclusi dal paro registrato. L’ultimo dato disponibile era di 687.884 persone. Secondo Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, il perimetro potenziale oscilla oggi tra 700 mila e un milione. Inserendolo interamente in una simulazione alternativa, la disoccupazione spagnola salirebbe dal 9,87% ufficiale a circa il 12%. È un calcolo teorico, non un nuovo tasso ufficiale. Ma dimostra quanto sia meno nitida la fotografia celebrata dagli ammiratori di Sánchez.
Il crollo della precarietà è anche nominale
La quota dei dipendenti a termine è scesa dal 25,6% precedente alla riforma al 15,1%. Un miglioramento giuridico esiste, ma una parte della discesa deriva dalla riclassificazione degli stagionali come appunto indeterminati. Il contratto cambia nome; la discontinuità del reddito e del lavoro, spesso, rimane.
Nel triennio 2023-2026 la Spagna ha guadagnato 1,5 milioni di occupati, raggiungendo quota 22,8 milioni. La crescita, però, si concentra soprattutto in alberghi, ristorazione, agricoltura, commercio e attività legate al tempo libero: comparti ad alta intensità di manodopera, ciclici e caratterizzati da salari inferiori alla media. È quella che i Consulenti definiscono la «trappola mediterranea»: aggiungere lavoratori senza aggiungere abbastanza valore.
In Italia più industria e lavoro stabile
L’Italia, nello stesso periodo, ha creato 1,2 milioni di posti. I contratti a termine sono scesi dal 16 al 14,7%, mentre l’avanzata si è concentrata sull’indeterminato e su settori come manifattura e costruzioni. La disoccupazione è calata al 5,1%, minimo storico.
Restano problemi enormi: salari insufficienti, partecipazione femminile troppo bassa e un divario tra domanda e offerta che rende difficili da reperire il 47% dei profili cercati dalle imprese, circa 2,7 milioni. Ma dietro quel numero ci sono tecnici, meccatronici, saldatori e manutentori: domanda di lavoro stabile e ad alto valore aggiunto, non soltanto occupazione stagionale rivestita da posto fisso per lo più agli immigrati.
L’inganno di Sánchez
A sostenere il sistema spagnolo è soprattutto infatti l’aumento della forza lavoro straniera. La sanatoria del 2026, inizialmente stimata in 500 mila beneficiari, ha raccolto circa 1,17 milioni di domande; già all’inizio di luglio oltre 609 mila richiedenti avevano ottenuto un permesso temporaneo di lavoro.
L’immigrazione contribuisce alla crescita e non può essere liquidata con uno slogan. Ma se viene assorbita prevalentemente da turismo, lavoro nei campi, edilizia e servizi alla persona, il Pil aggregato corre più del benessere reale, mentre aumentano la pressione abitativa e la dipendenza dai bassi salari.
Basta guardare alla Polonia poi per ridimensionare il presunto miracolo socialista: nel 2025 Varsavia è cresciuta del 3,6% contro il 2,8% spagnolo e per il 2026 la Commissione europea prevede un ulteriore 3,5% contro il 2,4% di Madrid, con una disoccupazione stimata rispettivamente al 3,1 e al 9,9%. E guarda un po’, da quelle parti il presidente Karol Nawrocki è un conservatore e il premier, Donald Tusk, è di centrodestra.
Schlein voleva fare come la Spagna. Prima di importarne il modello, converrebbe almeno capire quanti spagnoli stiano lavorando davvero.