L'intervista
«Sánchez in vacanza mentre gli agenti a Ceuta fanno doppi turni»: il leader del sindacato di polizia spagnolo parla al Secolo
Carlos Prieto ricostruisce le richieste rimaste senza risposta e avverte: «Il governo faccia il proprio dovere prima della prossima crisi»
Esteri - di Alice Carrazza - 12 Agosto 2026 alle 09:35
«Gli agenti hanno fatto il proprio dovere», dice Carlos Prieto. «Pedro Sánchez è in vacanza». È racchiusa in questo contrasto l’accusa che il segretario generale del Sindicato Unificado de Policía affida in una lunga intervista al Secolo d’Italia. A Ceuta l’ondata degli ingressi si è arrestata, ma l’emergenza continua nelle strutture sature, nelle procedure di identificazione e nel difficile ritorno alla normalità. Prieto ricostruisce gli allarmi rimasti inascoltati e il prezzo pagato dagli agenti: per il Sup, Madrid non è stata colta di sorpresa. Ha reagito quando era ormai troppo tardi.
Il sindacato aveva già lanciato l’allarme il 23 luglio: che cosa avevate chiesto e Chi non vi ha ascoltato?
«Esiste una richiesta formale precedente alla crisi. Il 23 luglio il SUP aveva sollecitato la Direzione superiore della Polizia di Ceuta a predisporre o adeguare con urgenza un Centro di assistenza temporanea per stranieri (CATE) e a inviare rinforzi immediati ai reparti più esposti. Le normali strutture di polizia non erano concepite per gestire un afflusso massiccio e simultaneo.
L’allarme, però, risaliva già al 13 luglio. Dopo la sentenza del Tribunale Supremo sui respingimenti alla frontiera marittima, avevamo segnalato che il nuovo scenario avrebbe moltiplicato le pratiche individuali, le procedure di identificazione, la necessità di avvocati e interpreti, le attività di custodia e le verifiche sulla protezione internazionale. Il 25 luglio siamo quindi tornati a chiedere il CATE e l’invio di agenti da altri reparti. Non stiamo ricostruendo i fatti a posteriori. Li avevamo previsti. Avevamo indicato la struttura necessaria, i rinforzi da inviare e le unità che rischiavano il collasso.
Chi non vi ha ascoltato?
Le richieste erano state indirizzate alla Direzione superiore della Polizia affinché le trasmettesse alla Direzione generale, alla Delegazione del Governo e all’Autorità portuale. La questione riguardava inoltre direttamente le competenze del ministero dell’Interno. A mancare è stata la capacità di anticipare gli eventi. Le misure necessarie sono arrivate soltanto quando la crisi era già esplosa. Non abbiamo chiesto più risorse dopo aver visto le immagini in televisione: le avevamo chieste prima. Questa differenza è fondamentale quando si parla di capacità di previsione».
Quale prezzo umano e operativo stanno pagando gli agenti?
«Il primo è il prezzo umano. Nei momenti più drammatici della crisi, alcuni colleghi sono stati costretti a sostenere turni straordinari, doppi servizi e un’enorme pressione fisica e psicologica. A questo si aggiunge una mole di lavoro ancora eccezionale, perché la crisi alla frontiera non finisce quando cessano gli ingressi: successivamente occorre identificare e fotosegnalare le persone, garantirne la custodia, istruire le pratiche, assistere i minori e, contemporaneamente, continuare a garantire la sicurezza dei cittadini. Noi chiediamo che questi servizi straordinari siano riconosciuti e adeguatamente retribuiti. Secondo le informazioni trasmesse internamente al sindacato, alcune ore di straordinario verrebbero compensate con una cifra vicina ai dieci euro l’ora. Qualora il dato trovasse conferma definitiva, sarei molto netto: non si può chiedere a un agente di raddoppiare i turni durante una crisi di queste proporzioni e poi valutare quello sforzo straordinario appena dieci euro l’ora. Se il sacrificio che chiediamo è eccezionale, anche il suo riconoscimento deve esserlo.
C’è poi il prezzo operativo: le pattuglie impegnate nei trasferimenti e nelle custodie vengono sottratte alla prevenzione nelle strade. Per questo non basta contare gli agenti: ogni reparto deve essere dimensionato in base ai compiti da svolgere».
Qual è il clima che si respira oggi tra gli abitanti di Ceuta?
«Ceuta non è ancora tornata completamente alla normalità. Pesano le migliaia di persone la cui situazione deve essere definita e la saturazione delle strutture. Ci sono inoltre fatti gravi che alimentano la preoccupazione. I tribunali avevano già registrato almeno sei denunce per presunte violenze sessuali dopo l’ingresso di massa, mentre i servizi sanitari avevano assistito almeno quattro minori migranti vittime di aggressioni sessuali. È importante ricordare, quindi, che tra le vittime ci sono anche donne e minori migranti in condizioni di particolare vulnerabilità.
Colleghi e residenti ci riferiscono inoltre di donne che stanno cambiando le proprie abitudini, evitano determinate zone o escono in orari diversi, nonché di un’impennata della domanda di spray omologati per la difesa personale. Non disponiamo, tuttavia, di dati ufficiali che consentano di quantificare il fenomeno. C’è tensione, non vogliamo alimentare la paura, ma neppure nascondere la realtà. Nessuno può farsi giustizia da solo: servono una maggiore presenza delle forze dell’ordine e istituzioni più capaci di intervenire».
Qual è il profilo prevalente dei migranti arrivati e quali rischi per la sicurezza stanno emergendo?
«Il profilo prevalente è quello di persone giovani, in maggioranza uomini provenienti dal Marocco, con una presenza significativa di minori. Non possiamo però criminalizzare migliaia di persone per la loro origine. Il problema è che un ingresso massiccio e incontrollato crea una grave vulnerabilità, perché per un certo periodo non sappiamo con certezza chi sia entrato. Secondo le informazioni pubblicate, sarebbero state individuate almeno una decina di persone già arrestate, condannate ed espulse dalla Spagna per vicende legate al terrorismo jihadista. I flussi migratori non sono terrorismo, ma una frontiera fuori controllo può essere sfruttata da criminali o terroristi. E Ceuta non è soltanto una frontiera spagnola: è una frontiera esterna dell’Europa».
Di fronte a tutto questo, che cosa sta facendo Sánchez?
«La prima domanda che ci poniamo è dove sia il presidente del Governo. Mentre Ceuta cerca ancora di tornare alla normalità dopo una crisi simile, Pedro Sánchez è in vacanza. Una situazione che riguarda la sicurezza di una frontiera spagnola ed europea merita la massima attenzione, presenza e capacità di leadership da parte del primo ministro. È vero alla fine sono stati inviati dei rinforzi e che si stanno adottando alcune misure, ma si è intervenuti tardi, quando la situazione era già sfuggita di mano. Il SUP aveva lanciato l’allarme. Nonostante ciò, non si è intervenuti con risorse proporzionate alle dimensioni della crisi. Oggi restano migliaia di posizioni da definire, minori che stanno saturando le strutture disponibili e, secondo le informazioni in nostro possesso, appena sei agenti di rinforzo. Governare una crisi non significa soltanto reagire quando il problema è già esploso nelle strade. Significa anticiparlo, soprattutto quando i servizi di polizia e di intelligence stanno segnalando i rischi.
Gli agenti hanno fatto il proprio dovere quando è scoppiata la crisi. Quello che chiediamo è che il Governo faccia il suo prima che arrivi la prossima ondata».
In Italia, da Bologna alle proteste No Tav, gli agenti sono diventati il bersaglio degli anarchici e della sinistra radicale. Accade lo stesso in Spagna?
«Ci sono stati episodi gravi. Anche in Spagna abbiamo visto gruppi radicali trasformare il poliziotto nel nemico contro cui scaricare la propria violenza. È accaduto in manifestazioni dell’estrema sinistra, nei movimenti antisistema e anche in episodi che hanno visto protagonisti militanti dell’estrema destra. Gli agenti vengono però aggrediti anche durante normali operazioni di polizia, senza alcuna matrice politica: interventi di sicurezza pubblica, locali notturni, criminalità organizzata, partite di calcio o semplici arresti. Proprio nell’ultimo fine settimana alcuni agenti sono stati aggrediti in diverse località dei Paesi Baschi durante normali operazioni di polizia.
Ci preoccupano soprattutto la normalizzazione della violenza contro gli agenti e la mancanza di sostegno istituzionale. Un intervento della polizia può essere criticato: fa parte della democrazia. Non possiamo però accettare che un’aggressione venga giustificata o minimizzata perché chi la commette sostiene una determinata causa politica. Non è accettabile che la condanna dipenda da chi abbia commesso l’aggressione o dalla causa che sostiene di difendere. Un poliziotto non può meritare maggiore o minore protezione a seconda di chi gli stia lanciando una pietra. La violenza contro gli agenti deve ricevere esattamente la stessa condanna, sia che provenga dall’estrema sinistra, dall’estrema destra, da un’organizzazione criminale o da qualsiasi altro ambiente».