Dio e denaro
Moschea a Mestre, spunta il “tariffario” dei bengalesi: 500 euro al mq per “una casa in Paradiso”
Dopo i dubbi sollevati dal consigliere regionale Tomaello riguardo ai 20 milioni necessari per il progetto, emerge la raccolta fondi: «Non cercate di intimorirci: noi non abbiamo paura di nessuno tranne che di Allah»
Politica - di Alice Carrazza - 28 Agosto 2026 alle 10:07
Da dove arrivano i soldi? «Non è mai stato chiarito da dove dovrebbero arrivare i venti milioni di euro necessari alla realizzazione». Se lo chiedeva appena due giorni fa, intervistato dal Secolo d’Italia, il consigliere regionale, commissario della Liga Veneta ed ex vicesindaco di Venezia Andrea Tomaello, parlando della maxi-moschea di Mestre. Beh, almeno una parte dell’arcano ora sembra svelata: 500 euro per acquistare simbolicamente un metro quadrato di terreno destinato alla moschea, con una casa in Paradiso promessa in cambio.
È il singolare meccanismo di raccolta fondi pubblicizzato in un volantino visionato dal quotidiano Libero per finanziare il grande centro islamico di via della Giustizia. Rendering della «Grande moschea di Venezia», Iban in bella vista e un messaggio che lascia poco spazio alle interpretazioni: «Chi costruisce una moschea per Allah, Allah costruirà per lui una casa in Paradiso». E sotto, il tariffario terreno-celeste: «Un metro quadro di terreno Waqf costo 500 euro».
Il progetto della maxi-moschea di via Giustizia
Il waqf è un istituto del diritto islamico con cui un bene viene destinato stabilmente a una finalità religiosa, caritatevole o sociale. È dunque anche attraverso questa formula che si cerca di alimentare economicamente un progetto tutt’altro che piccolo. L’area infatti misura circa ottomila metri quadrati, sarebbe stata acquistata per un milione e mezzo di euro ed è attualmente destinata ad attività produttive. L’obiettivo della comunità islamica è trasformarla in un grande complesso di tre piani, per circa 45mila metri cubi, con oltre metà degli spazi destinati alla moschea vera e propria. Costo stimato dell’operazione: almeno venti milioni, appunto.
Ed è proprio sulla trasformazione urbanistica dell’area che si è consumato il muro contro muro con il Comune di Venezia. Nei giorni scorsi esponenti della comunità bengalese hanno evocato astensioni dal lavoro e minacciato di bloccare la città qualora non si arrivasse all’autorizzazione del centro islamico.
Il punto, però, è piuttosto semplice: la libertà religiosa è garantita dall’ordinamento italiano; non esiste parallelamente un diritto automatico a trasformare un’area produttiva in luogo di culto, né tantomeno a ottenere una variante urbanistica attraverso la pressione politica o economica.
I bengalesi: «Non abbiamo paura di nessuno»
Sul progetto si era espresso già il 7 marzo Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’umanità, alla quale risulta intestato l’Iban indicato per la raccolta fondi. «Vogliamo costruire un complesso islamico rispettando le leggi italiane. La nostra intenzione è quella di praticare la religione in maniera pacifica», spiegava. Poi, però, aggiungeva una frase decisamente meno conciliante: «Dunque non cercate di intimorirci: noi non abbiamo paura di nessuno tranne che di Allah».
Qualche settimana prima lo stesso Howlader aveva documentato una visita alla moschea di Ravenna domandando sui social: «Come si costruisce una moschea in Italia?». Un precedente sul quale ora punta l’attenzione l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint.
La destra: “Pretendiamo chiarezza”
«Il modello dietro l’ormai ex maxi-moschea di via Giustizia è quello dell’Ucoii: grandi centri islamici sostenuti da finanziamenti esteri, come quelli di Qatar Charity», sostiene Cisint, che collega il viaggio di Howlader a Ravenna proprio alla ricerca di un modello organizzativo per il centro veneziano. Da qui la domanda politica, che resta sul tavolo: «In via Giustizia pretendiamo chiarezza: da dove arrivano i veri fondi? A quali interessi dovranno poi rispondere?».
Cisint ha presentato anche una proposta di legge per rafforzare la trasparenza delle confessioni prive di intesa con lo Stato, prevedendo controlli sui finanziamenti provenienti dall’estero e pubblicità dei bilanci.
Nessuno impedisce di pregare e nessuno dovrebbe volerlo fare. Ma proprio uno Stato laico può — e deve — chiedere qualcosa di molto terreno: rispetto delle regole urbanistiche, trasparenza dei bilanci e tracciabilità di milioni di euro destinati alla costruzione di un centro religioso di queste dimensioni.
I covi dei fanatici
Il tutto si incrocia con una serie di altri interrogativi legati alla galassia dei luoghi di culto islamici informali disseminati sul territorio italiano. Non le moschee ufficiali e riconoscibili, ma garage, seminterrati, ex capannoni e locali trasformati in musalla o centri di preghiera, spesso difficili da censire e controllare.
Stando le ricostruzioni sull’attività dell’Antiterrorismo e dell’intelligence, riportate dal Giornale, su oltre 1.200 strutture informali censite sarebbero circa 150 quelle finite sotto particolare attenzione per la presenza di ambienti o predicatori di orientamento fondamentalista, con alcune centinaia di profili considerati sensibili. Un fenomeno che interessa soprattutto i grandi distretti urbani e produttivi del Nord e sul quale, negli ultimi anni, è cresciuta l’attenzione anche per la radicalizzazione di alcune frange delle comunità provenienti dal Sud-Est asiatico, comprese quelle pachistane e bengalesi. Questo naturalmente non significa sovrapporre una comunità religiosa all’estremismo. Significa però comprendere perché, quando intorno a un nuovo grande centro islamico emergono milioni di euro, finanziamenti da chiarire e strutture associative complesse, chiedere trasparenza non sia islamofobia ma elementare prudenza istituzionale.