I danni della sinistra
Maxi-moschea a Venezia, i bengalesi minacciano: “O si fa, o blocchiamo la città”. Il centrodestra: “Non cediamo ai ricatti”
Nel mirino cantieri navali, alberghi e ristoranti. Ma il centrodestra ribatte: "Prima di avanzare pretese serve un percorso di integrazione molto più serio e concreto"
Politica - di Alice Carrazza - 26 Agosto 2026 alle 15:59
La moschea o Venezia si ferma. Il progetto per l’ex segheria Rosso di via Giustizia, a Mestre, ha smesso di essere soltanto una richiesta religiosa ed è diventato una prova di forza con il Comune: «Se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti e alberghi. Volete vedere?». L’ultimatum del portavoce arriva dopo che il sindaco Simone Venturini ha subordinato ogni confronto a passi concreti sull’integrazione.
A respingerlo è anche Andrea Tomaello, consigliere regionale e presidente della Prima Commissione Bilancio e Politiche europee, commissario della Liga Veneta ed ex vicesindaco di Venezia. «Il centrodestra aveva detto chiaramente no a questo progetto già durante la campagna elettorale», spiega al Secolo d’Italia. «Non basta certamente un ricatto per farci cambiare posizione: minacciare di bloccare la città è il modo peggiore per avanzare una richiesta e non può trovare alcuno spazio».
Il conto lasciato dalla sinistra
L’antefatto risale alle amministrative di maggio. Il centrosinistra aveva schierato sette candidati di origine bengalese tra Consiglio comunale e municipalità, sostenendoli con volantini nella lingua d’origine e facendo della moschea uno dei temi della campagna. Il disegno politico era trasparente: conquistare i quasi quattromila voti espressi da una comunità la cui consistenza, includendo naturalizzati e domiciliati, viene stimata fino a ventimila persone.
Le urne hanno bocciato l’operazione: Venturini ha vinto al primo turno con il 51%, mentre Andrea Martella si è fermato al 39. Tomaello mette ora il centrosinistra davanti alla propria contraddizione: «Prima candida diversi esponenti della comunità bengalese, evidentemente nella speranza di raccoglierne i voti; ora l’ex candidato e senatore chiede risposte a Venturini. Ma il sindaco ha già risposto in modo molto chiaro. Sono loro, semmai, a dover chiarire se condividono la necessità di una maggiore integrazione oppure no».
Venturini rompe il tabù dell’integrazione
La linea di Ca’ Farsetti è netta. «Crediamo che la comunità bengalese debba prima compiere dei passi importanti sul fronte dell’integrazione», ha spiegato il primo cittadino al Tgr, richiamando il rispetto delle regole di convivenza civile, la gestione dei negozi, la conoscenza dell’italiano e la condizione femminile. Il passaggio più deciso riguarda proprio le donne: «Facciano partecipare le donne ai corsi di apprendimento di lingua italiana e basta veli integrali in città». Soltanto davanti a miglioramenti verificabili, ha aggiunto, «si potrà iniziare a discutere».
Tomaello condivide l’impostazione: «Prima di avanzare pretese serve un percorso di integrazione molto più serio e concreto». E allarga il discorso oltre i manifesti elettorali in bengalese: «Chi conosce la realtà di Mestre sa che il percorso è ancora insufficiente. Il sindaco ha richiamato questioni molto concrete, dalla cura dei quartieri alla raccolta differenziata, fino alla condizione delle donne e alla partecipazione alla vita cittadina».
Da dove arrivano i fondi per la moschea?
A inizio agosto i promotori hanno acquistato per 1,5 milioni di euro l’ex segheria, un’area di circa 7.800 metri quadrati. Ma l’atto notarile certifica la proprietà, non il diritto a costruire un luogo di culto. Il rappresentante leghista solleva due interrogativi: «Non è mai stato chiarito da dove dovrebbero arrivare i venti milioni di euro necessari alla realizzazione. Inoltre, il terreno acquistato ha una destinazione d’uso artigianale e non può quindi ospitare un luogo di culto senza una variante urbanistica».
«Se qualcuno ha compiuto questi passi senza conoscere le regole o senza avere alcuna garanzia, non può poi pretendere che sia il Comune a risolvere il problema», conclude.
I luoghi di preghiera sono già una dozzina
Tra Mestre e Marghera, peraltro, sono già stati censiti circa dodici centri e sale di preghiera, spesso ricavati in immobili con destinazioni incompatibili. Tre strutture sono state raggiunte da provvedimenti di chiusura e gli ordini di demolizione o ripristino sarebbero complessivamente sette-otto. «Qualunque cittadino voglia aprire un’attività deve rispettare norme urbanistiche, antincendio, di sicurezza e di gestione degli afflussi», osserva Tomaello. «Non si comprende perché per un luogo di culto dovrebbe essere diverso».
Il consigliere regionale contesta infine la rappresentatività di chi ha lanciato la sfida: «Due o tre persone affermano di parlare a nome dell’intera comunità bengalese, ma non è chiaro quanto siano effettivamente rappresentative». Nessuna generalizzazione, dunque: «Ci sono moltissime persone perbene, che lavorano e contribuiscono alla città. Ma proprio per questo non si può consentire a pochi di presentarsi con la pretesa di parlare a nome di tutti». Il dialogo resta possibile, conclude Tomaello, ma soltanto «nel rispetto delle regole e della città».