Il caso
Venezia, elezioni comunali o gemellaggio con Dacca? Cosa racconta la storia dei candidati bengalesi col Pd
Non si tratta di negare identità o lingue diverse, ma di riconoscere che la cittadinanza politica implica un terreno condiviso. Senza questo terreno, il rischio è trasformare l’elettorato in un arcipelago di comunità isolate
+ Seguici su Google DiscoverCi sono momenti in cui filosofeggiare e richiamare i massimi sistemi è un esercizio affascinante, quasi un modo nobile di guardare la realtà da una certa distanza. E altri in cui diventa invece un espediente per non affrontarla, per rivestire ciò che è evidente con parole più eleganti, per parlare dei petali della rosa ignorandone le spine. In quei casi non è un vezzo tirare in ballo Popper o Aristotele, ma la necessità di riportare il discorso alla logica elementare. Se A è uguale a B e B è uguale a C, allora C è uguale ad A. È una struttura semplice, quasi banale nella sua evidenza, e proprio per questo utile quando il discorso rischia di perdersi in sovrastrutture retoriche. Non c’è molto da interpretare: c’è una catena logica che tiene o non tiene.
Comunali a Venezia o un gemellaggio con Dacca?
A Venezia, nel contesto delle prossime elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, le liste riconducibili al candidato del centrosinistra Andrea Martella pullulano di candidati nati fuori dalla città lagunare. Questo dato, in sé, non è un problema: chi vive in città ha pieno diritto di partecipare alla sua amministrazione e di contribuire alla vita politica locale. Accade però che a una narrazione di apertura e inclusività seguano contenuti elettorali in cui alcuni candidati parlano esclusivamente in bengalese, e che a questo seguano manifesti, post, materiali social. Sicché più che al consiglio comunale paiono in lizza per un qualche gemellaggio con Dacca.
La questione della lingua
In Italia il diritto di voto è riservato ai cittadini italiani maggiorenni, o eventualmente ai cittadini dell’Unione Europea residenti nel Comune per le elezioni amministrative. E la cittadinanza italiana, salvo i casi di acquisizione per nascita, si ottiene attraverso un percorso che include la conoscenza della lingua italiana, generalmente attestata almeno al livello B1. Questo non è un dettaglio burocratico: è il riconoscimento del fatto che la partecipazione alla vita pubblica presuppone la comprensione del linguaggio in cui quella vita si svolge. Cioè il linguaggio delle scuole, del posto di lavoro, come pure dei telegiornali, degli incontri pubblici e via dicendo. E se A è uguale a B e B è uguale a C, allora C è uguale ad A, e dunque se sei elettore l’italiano devi conoscerlo (o comunque le altre lingue che la nostra Legge riconosce).
Il rischio di trasformare l’elettorato in un arcipelago di comunità isolate
Non si tratta di negare identità o lingue diverse, ma di riconoscere che la cittadinanza politica implica un terreno condiviso. Senza questo terreno, il rischio è trasformare l’elettorato in una somma di pubblici separati, ciascuno raggiunto nella propria lingua e nella propria sfera identitaria, invece che in un unico spazio deliberativo. L’elettorato non è un arcipelago di comunità isolate. E il consiglio comunale non è un consiglio di comunità: al suo interno non sventolano bandiere verdi con il tondo rosso, ma verdi, bianche e rosse; il simbolo non è una tigre ma un leone, e la lingua delle delibere e delle mozioni è quella di Dante e Manzoni e non quella parlata a Dacca e Khulna.
La trasformazione del concetto di rappresentanza
La comunicazione politica tende sempre più a frammentare il messaggio, a parlare a ciascun gruppo nella propria lingua, nella propria identità, nel proprio recinto simbolico. È un metodo efficace, certo, ma che introduce una trasformazione silenziosa del concetto stesso di rappresentanza. Il consiglio comunale non è un mosaico etnico o religioso amministrato per compartimenti. È un’istituzione pubblica italiana, nella quale la lingua delle decisioni è una sola e lo spazio politico è comune. Non esistono bandiere parallele, né sistemi simbolici alternativi: esiste un unico quadro istituzionale dentro cui si esercita la democrazia. E, o ci stai dentro o stai fuori.
L’appello al voto in nome di Allah
A ciò s’aggiunge poi un messaggio che sta circolando tra i residenti di Mestre e di Marghera in cui l’appello al voto fa un ulteriore salto di qualità, invocando Allah, Clemente e Misericordioso. Si legge: «In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso. Pace a tutti voi Marghera – Venezia. Per le prossime elezioni del consiglio della municipalità, sono stati nominati due candidati del Partito Democratico per la comunità bengalese. Apponete un segno di croce sul simbolo del Partito Democratico e scrivete i nomi dei candidati sulla lista di Marghera». Pace sì: a coloro che nel nome dell’inclusività e della tolleranza da anni propongono la rimozione di presepi, crocifissi e simboli cristiani, ed in barba a chi chiede il rispetto della nostra cultura, della nostra lingua e della nostra tradizione.
La sinistra vuole l’integrazione o solo un tornaconto elettorale?
Da una parte lo spazio pubblico da “purificare” dai simboli storici della maggioranza culturale del Paese, dall’altra una comunicazione politica che si presenta senza alcun imbarazzo nel nome di Allah, parla bengalese come lingua di mobilitazione elettorale e costruisce consenso dentro una cornice esplicitamente religiosa. Sempre nel nome di Allah, promettono infine di battersi per la costruzione della moschea che da tanti anni la comunità islamica richiede. Con un dettaglio però non secondario e che viene sistematicamente ignorato: la comunità islamica è l’unica tra le principali confessioni presenti in Italia a non aver ancora un’intesa con lo Stato ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione. Si parla così di autorizzazioni e di spazi urbani, ignorando, o fingendo di ignorare, che chi si candida ad amministrare una città dovrebbe conoscere almeno le regole base del gioco: quelle urbanistiche, amministrative e istituzionali. A questo punto sorge spontanea la domanda: la sinistra vuole davvero l’integrazione o forse ambisce al mantenimento di una moltitudine di comunità politicamente spendibili?
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