L'intervento
Its, iscritti in aumento e ben oltre il target del Pnrr: i numeri smentiscono narrazioni e confronti fuorvianti
Gli Istituti Tecnologici Superiori sono percorsi di formazione terziaria non universitaria, fortemente orientati al mercato del lavoro, che mirano a formare tecnici altamente specializzati in settori strategici
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Gli Istituti Tecnologici Superiori (ITS) sono percorsi di formazione terziaria non universitaria, fortemente orientati al mercato del lavoro, che mirano a formare tecnici altamente specializzati in settori strategici (dalla meccanica all’ICT, dall’energia al turismo). Si tratta, in altre parole, di un canale alternativo all’università, con una vocazione più applicativa e un forte coinvolgimento delle imprese, spesso indicato come uno strumento molto utile per ridurre il disallineamento tra competenze offerte e competenze richieste sul mercato del lavoro.
Un recente intervento di Federico Fubini sul Corriere della Sera individua, tra le cause della mancata crescita dell’economia italiana, il presunto non raggiungimento di alcuni target del Pnrr. Tra questi, in modo piuttosto sorprendente, viene tuttavia incluso il numero degli iscritti agli ITS, citando uno studio di Assonime che, a dir poco, appare confuso nella ricostruzione dei dati.
Secondo quanto scrive Fubini, nel 2025 gli iscritti al primo anno sarebbero stati appena 11.000; il pezzo prosegue citando altre fonti, compresa quella ufficiale del ministero, ma con l’interessante artificio retorico di mettere tutti questi numeri sullo stesso piano, come se fosse un tema di “opinioni personali”. A ciò si aggiunge un bizzarro confronto con i laureati nelle università telematiche che nel 2025 sono stati 44mila.
Tornando agli ITS, i dati ufficiali del Ministero, ripresi anche dal Sole 24 Ore, raccontano per l’appunto una storia piuttosto diversa: nel 2025 gli iscritti totali agli ITS sono stati 40.854, cioè quasi quattro volte il livello iniziale del 2020 preso a riferimento dal Pnrr. Non solo: il target europeo era pari a 22.000 iscritti, poco più della metà del livello effettivamente raggiunto.
Anche limitandosi al primo anno, il dato va nella direzione opposta a quella indicata da Fubini: gli iscritti passano da 17.135 nel 2023 a 21.326 nel 2025, con un aumento di oltre 4.000 unità. Su questo tema specifico, come accennavo sopra, Fubini non si sbilancia apertamente: mette insieme fonti diverse, le accosta e le lascia in una certa misura “parlarsi tra loro”. Ma è proprio qui che emerge il punto critico: dovremmo essere ben lungi dal pensare che il compito del giornalista consista nel riportare soltanto versioni contrastanti, senza fare grandi sforzi per verificare quale delle due sia corretta.
Qui andrebbe citata la famosa frase di Jonathan Foster, docente al dipartimento di giornalismo dell’Università di Sheffield in Gran Bretagna: se qualcuno sostiene che piove e qualcun altro che c’è il sole, il lavoro del giornalista non è citarli entrambi, ma guardare fuori dalla maledetta finestra e stabilire quale delle due affermazioni sia vera. In questo caso, più che una diagnosi dei problemi dell’economia italiana, ci troviamo di fronte a un esempio di giornalismo che sacrifica la precisione dei dati all’approccio retorico e polemico. E il paradosso è che, così facendo, si finisce per indebolire proprio quella credibilità informativa che dovrebbe essere il principale capitale umano e reputazionale che viene accumulato e speso – non sprecato – da parte di chi scrive su questi temi.
*Professore di Scienza delle Finanze – Università degli Studi di Pavia
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