Pacifinti
Sánchez idolo pacifista della sinistra italiana, ma ha aumentato la spesa militare del 50%
La Spagna di Pedro Sánchez ha aumentato la spesa militare nel 2025, superando il 2% del Pil. Curioso destino per il premier trasformato in santino pacifista da Schlein, Conte, Bonelli&Co
+ Seguici su Google Discover«La Spagna è un alleato serio e affidabile della Nato». La frase, ripetuta dalla ministra della Difesa spagnola Margarita Robles, contiene già tutto il cortocircuito politico del momento. Perché mentre in Italia Pedro Sánchez viene spesso evocato come il cavaliere bianco del fronte anti-bellicista, a Madrid il governo socialista ha appena accompagnato la Spagna oltre la soglia del 2% del Pil in spesa militare, con un aumento del 50% nel 2025 e un totale di 40,2 miliardi di dollari.
Non esattamente il profilo del monaco trappista della diplomazia. Piuttosto quello di un leader che, tra una polemica con Donald Trump e una dichiarazione sulla “flessibilità” spagnola nella Nato, ha compreso una cosa semplice: nella politica internazionale le pose durano il tempo di una conferenza stampa, i bilanci della Difesa restano.
Il santino iberico del campo largo
Eppure, da mesi Sánchez è diventato, per una parte della sinistra nostrana, il compagno di banco da cui copiare il tema. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni lo hanno indicato come modello alternativo a Giorgia Meloni, soprattutto sulla postura verso la Nato e sul presunto rifiuto della corsa agli armamenti.
I pentastellati sono arrivati persino a dichiarare che sulle spese militari «Giorgia Meloni prenda appunti da Pedro Sánchez». Formula efficace, certo. Peccato che il quaderno spagnolo contenga numeri poco adatti alla recita pacifista: più fondi alla Difesa, più programmi di modernizzazione, più impegni nell’Alleanza Atlantica, più soldati nelle missioni dell’Alleanza. E se si guarda anche oltre – alla Mauritania ad esempio – è in realtà il premier spagnolo a copiare la presidente del Consiglio in materia di immigrazione. Come campeggia sulla pagina facebook di Fratelli d’Italia: «Sulle brutte figure prendete appunti dal Movimento 5 Stelle».
Insomma, il fronte progressista raccolto nella crociata anti-Meloni farebbe bene a rileggere le carte. O, almeno, a fare una telefonata al compañero oltreconfine. «Oggi, però, – ha osservato – tacciono tutti di fronte alla notizia», come ha esclamato il deputato di FdI, Salvatore Deidda.
La realtà
Secondo le stime del Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, la Spagna è entrata tra i primi quindici investitori militari al mondo. Nell’ultimo decennio, come riporta El Mundo, la spesa militare spagnola è cresciuta del 122%. Nel 2025 Madrid ha avviato il Piano industriale e tecnologico per la sicurezza e la difesa, destinando 11,8 miliardi di dollari al rafforzamento del comparto.
Il quadro è europeo, non solo spagnolo. La guerra in Ucraina, la pressione americana sulla condivisione degli oneri e la fragilità del fianco orientale hanno spinto l’Europa a investire di più. La Germania è tornata sopra il 2% del Pil, i Paesi baltici vivono la deterrenza come necessità quotidiana, la Polonia non ha bisogno di seminari motivazionali per sapere dove si trovi la Russia.
In questo scenario, Madrid si comporta come molti altri governi: protesta, negozia, misura le parole, ma intanto mette risorse.
L’arte della doppia contabilità politica
Sánchez, beninteso, non rinuncia alla sua grammatica politica. Continua a respingere l’immagine di una Spagna subordinata agli Stati Uniti e rivendica autonomia, peso europeo, contributo operativo. Ma mentre litiga con Trump, consolida la base navale Rota, rafforza le missioni di confine, dispiega uomini in Lettonia, Romania, Slovacchia, Turchia, Mediterraneo e nei cieli vicino Kaliningrad.
Qui sta il punto che in Italia sfugge spesso ai cultori della geopolitica da salotto: si può criticare Washington e al tempo stesso spendere di più per la Difesa; si può contestare Trump senza uscire dalla Nato; si può parlare di pace sapendo che, nel mondo reale, la deterrenza non si finanzia con i comunicati.
La sinistra italiana, invece, ha spesso preferito il Sánchez immaginario: quello utile per rimproverare Meloni, non quello che firma crediti aggiuntivi e programmi di modernizzazione. Un premier spagnolo formato poster.
Il compagno che alza il budget
Il caso spagnolo non dimostra che ogni aumento militare sia automaticamente virtuoso, né che il dibattito sulla Difesa debba chiudersi davanti a una tabella di bilancio. Dimostra però che la politica estera è refrattaria agli slogan domestici. Chi governa scopre presto che gli alleati chiedono capacità, le minacce impongono prontezza e le Forze armate non si aggiornano con l’indignazione morale.
Sánchez può restare un avversario delle Casa Bianca e insieme un premier che porta la Spagna oltre il 2% del Pil nella Difesa. La contraddizione è solo negli occhi di chi aveva scambiato una postura comunicativa per una dottrina strategica.
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