I dati del Dfp 2026
Economia, dieci (successi) e lode per il governo Meloni. Carta canta, altro che conti fuori controllo…
Nei giorni della polemica, feroce, tra governo ed ex governi, Meloni contro Conte, per intenderci, con l’accusa ai grillini di aver determinato lo sforamento della soglia deficit/Pil al 3% con l’ultima immissione di “debito” da superbonus, un’analisi più approfondita delle carte smonta la fake news della sinistra su un Paese nel caos contabile. Altro che conti fuori controllo. Il Documento di programmazione finanziaria (Dfp) 2026 (approvato cinque giorni fa) racconta una realtà diversa: i principali indicatori economici segnalano un miglioramento progressivo dei conti pubblici italiani, tra calo dello spread, crescita delle entrate e ritorno della fiducia dei mercati. I dati mostrano una traiettoria favorevole su più fronti, dalla finanza pubblica alla fiducia dei mercati.
Conti pubblici in ordine col governo Meloni, i dati del Dpef
Uno dei principali indicatori è il rafforzamento del surplus primario, che non è un indicatore di sovrappeso post-Pasquale e neanche un tesoretto di risparmi del vecchio ministro ritrovato in un cassetto del Mef. Si tratta invece di un parametro vitale dell’economia, il colesterolo buono del sangue, per usare una metafora bilogica. Il surplus primario è la differenza tra entrate dello Stato (tasse, imposte, contributi) e le spese dello Stato, esclusi gli interessi sul debito. Quando il dato positivo, dimostra una fiscalità sotto controllo e una capacità di contenimento della spesa corrente, quindi anche degli sprechi. Lo Stato, dunque, Stato incassa più di quanto spende. In Italia il surplus primario è salito allo 0,8% del Pil nel 2025 rispetto allo 0,5% dell’anno precedente. Le previsioni indicano un ulteriore aumento fino al 2,4% entro il 2029, elemento chiave per ridurre il rapporto debito/Pil.
Gli altri voti in pagella
Di pari passo un secondo parametro, quello delle entrate pubbliche, che crescono più delle spese: +4,8% contro +4,1%. Questo differenziale segnala un miglioramento strutturale nella gestione dei conti dello Stato. Bene anche il fabbisogno di cassa del settore statale, che si attesta al 5,5% del Pil nel 2025, risultando inferiore alle previsioni e stabile rispetto all’anno precedente, nonostante l’impatto dei crediti edilizi. Quarto punto che denota la brillantezza dei “fondamentali” economici è quello, ben noto, dello spread, ai minimi storici: col governo Meloni il differenziale Btp-Bund si è ridotto a circa 90 punti base, ben al di sotto della media decennale di 162. Un dato che riflette una maggiore fiducia degli investitori internazionali nel sistema Italia. Ne consegue il miglioramento, da tre anni a questa parte, del rating (punto 5), il livello di “affidabilità” dei conti pubblici e in particolare del debito: nel 2025 tutte le principali agenzie di rating (S&P, Fitch, Moody’s e DBRS) hanno migliorato il giudizio sull’Italia. Un evento raro, che non si verificava in modo simultaneo da oltre dieci anni. E il debito pubblico? Punto sei. In controtendenza: aumenta lo stock ma la spesa per interessi cala al 3,9% del Pil grazie alle nuove emissioni di titoli di Stato (tasso medio all’emissione pari a circa il 2,75%, contro il 3,41% del 2024). Settima medaglia, la crescita degli investimenti pubblici fissi lordi della pubblica amministrazione, che crescono del 9,6%, spinti dall’attuazione del Pnrr. Il rapporto investimenti/PIL sale al 3,8%, con prospettive di ulteriore aumento.
Il saldo primario strutturale è la spia della continuità
Punto otto: il saldo primario strutturale passa da -0,2% del Pil nel 2024 a +0,2% nel 2025. Un miglioramento che conferma l’allineamento agli obiettivi di medio termine. Ma che differenza c’è tra saldo primario e saldo primario strutturale? Il primo misura l’anno, il secondo il ciclo economico, la crescita senza misure una tantum e spese straordinarie e dunque senza effetti temporanei ma ciclici.
Anche la spesa spesa netta resta complessivamente in linea con i parametri Ue, nonostante l’impatto straordinario dei bonus edilizi, considerati un fattore mitigante nelle valutazioni europee. Infine, e siamo al punto 10, il Dpef prevede un deficit al 2,9% nel 2026, aprendo la strada all’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo nel 2027, con un percorso di rientro più rapido del previsto, nonostante la battuta d’arresto di quest’anno dovuta al “bubbone” del superbonus. Carta canta, verba volant, deficit eccessivo transit, o almeno, si spera.