Passato e presente
Ranucci-Lavitola, Martelli stronca il paragone con Falcone: “Accostamento ripugnante”. E ricorda il giudice “osteggiato anche dalla sinistra”
«La verità è che Falcone, dopo la sua morte, fu considerato un eroe da tutti, ma in vita fu osteggiato da una parte importante della magistratura, da una parte importante della politica, compresa una parte importante della sinistra di allora. E ogni tanto quei sentimenti riaffiorano», Claudio Martelli, ex ministro di Grazia e Giustizia parla senza filtri nell’intervista rilasciata a La Stampa dopo l’uscita del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che su Giovanni Falcone ha scritto «lavorava nel governo Andreotti» intervenendo sul caso Ranucci-Lavitola.
Il Csm e la nomina del capo dell’Ufficio Istruzione della Procura di Palermo
Al quotidiano torinese Martelli, che 35 anni chiamo Falcone a via Arenula, ripercorre una storia che ha lasciato il segno in Italia. E lo fa ricordando anche scomode verità che il tempo ha fatto cadere nel dimenticatoio: «Durante la sua vita Falcone in effetti è stato una figura divisiva, nella quale non si sono riconosciuti subito tanti e tutti. Non è stato amato anzitutto da gran parte dei suoi colleghi». L’ex ministro ricorda che «Nel dicembre del 1987 era accaduto un fatto straordinario: la sentenza di primo grado del maxi-processo per la prima volta aveva condannato all’ergastolo 20 capi mafia. In quel momento Falcone diventa il magistrato più famoso al mondo, gli elogi si sprecano. Alcune settimane più tardi il Csm era chiamato a decidere la nomina del capo dell’Ufficio Istruzione della Procura di Palermo e sembrava naturale che il prescelto fosse Falcone. E invece no: a sorpresa il Csm nomina un altro magistrato. Per ragioni di anzianità, un criterio che non si era applicato in altri casi. Ma quello è un passaggio decisivo, cruciale, davanti al quale non si può balbettare e che spiega tutto. C’era una parte della magistratura che considerava sbagliato ingaggiare una lotta alla mafia».
La reazione di Falcone raccontata da Martelli
Martelli racconta anche la reazione del giudice di Palermo: «Alla collega Fernanda Contri che gli disse, “Giovanni non ti angosciare, la prossima volta lo farai tu”, Falcone rispose: “Ma lo avete capito o no che mi avete consegnato alla mafia? Che ora lo sa: neanche i miei mi vogliono e deve decidere come e quando eseguire la sentenza di morte”. E poi quando quella sentenza in effetti venne eseguita, Borsellino scrisse: “La magistratura, che ha forse più responsabilità di tutti, cominciò a fare morire Falcone nel gennaio 1988, quando il Csm bocciò la sua candidatura alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo”, che era la punta avanzata del contrasto alla mafia».
L’esposto al Csm di Leoluca Orlando contro Falcone
Il giornalista Fabio Martini che lo ha intervistato lo riporta a quando decise di chiamare Falcone a Roma, scelta che li rese entrambi bersaglio della sinistra a del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che arrivò a presentare un esposto al Csm. Martelli risponde: «Un atto terribile. Non era una semplice intervista, no: metteva sotto accusa Falcone nelle istituzioni, invocava un processo contro di lui. E il Csm processò Falcone, sottoposto ad un interrogatorio davvero odioso, chiamato a spiegare scelte giudiziarie che erano ragionevoli e giustificate. E quanto alla sinistra attaccò l’arrivo di Falcone al ministero perché era considerato inaudito appoggiarsi ad esponenti non comunisti, come il sottoscritto o come Scotti, per combattere la mafia. Io chiamai Falcone lo stesso giorno nel quale nacque il governo. Volevo fare la lotta alla mafia e pensai: chi meglio di Falcone? Lui venne a lavorare col governo Andreotti e lo avrebbe fatto anche col governo Belzebù pur di realizzare la sua missione. Ciò detto, trovo abbastanza ripugnante il solo accostare la vicenda Lavitola con quella di Falcone».
Falcone e l’etica: immorale un processo che non si ha la possibilità di vincere
Giovanni Falcone, che per Martelli era: «L’etica delle scelte. La professionalità. Diceva: non mando avvisi di garanzia e non istruisco processi a casaccio. Perché istruire un processo senza avere la ragionevole possibilità di vincerlo, è un atto “immorale”. Così diceva e così fece Giovanni Falcone». Un eroe, che all’Italia ha donato la sua vita.