L'editoriale
Modello Meloni, caos Sanchez. E la sinistra italiana si aggrappa all’ennesimo disastro
Sánchez è l’ultimo esponente della sinistra europea al governo e ne incarna in maniera plastica tutte le contraddizioni. Le altre esperienze progressiste sono implose da tempo. O, come nel caso della Danimarca e della sua premier Fredriksen, sono allineatissime con il modello Meloni
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 9 Agosto 2026 alle 06:00
Come leggere il confronto serrato fra Italia e Spagna, dunque fra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez, sul disastro avvenuto nell’exclave di Ceuta? Come lo scontro fra il pragmatismo europeista che avanza e l’ideologismo globalista che arranca: ossia fra chi ha reagito politicamente e strutturalmente al fenomeno dell’immigrazione e chi, credendosi furbo, si è incartato con le proprie mani, riuscendo a scontentare tutti, a destra come alla propria sinistra.
Il quadro è chiaro: l’Europa, grazie all’Italia, si sta finalmente dotando di una politica estera sul fronte del contrasto all’immigrazione clandestina. Un percorso complesso che si candida a ribaltare completamente la procedura disastrosa dell’ultimo decennio: l’immigrazione di massa non è più un’inevitabilità da condividere fra gli Stati con la fantomatica redistribuzione ma un problema – sempre più eterodiretto – da risolvere insieme garantendo, prima di tutto, la difesa dei confini esterni.
Un cambio di paradigma radicale portato in dote dal governo di destra-centro italiano, rispetto al quale solo la Spagna fra i 27 farfuglia un po’ sì, un po’ no. Non è un caso: Pedro Sánchez è l’ultimo esponente della sinistra europea al governo e ne incarna in maniera plastica tutte le contraddizioni. Le altre esperienze progressiste sono implose da tempo. O, come nel caso della Danimarca e della sua premier Fredriksen, sono allineatissime con il modello Meloni. Per un motivo molto semplice: proteggere la Nazione dagli arrivi di massa è la precondizione per riuscire a garantire la tenuta dell’intero sistema sociale.
Quello che ha fatto e continuare a fare il premier socialista spagnolo è esattamente il contrario: utilizza la leva dell’immigrazione come pericoloso progetto di ingegneria politica (nuovi elettori per una sinistra al collasso) ma anche come traino al suo sistema economico. Il risultato? Chi si tappa un occhio vede esclusivamente il celebrato aumento del Pil aggregato spagnolo (giunto al 2,8%) grazie all’incremento dell’immigrazione. Chi invece guarda con entrambi gli occhi vede la tensione sociale, la disoccupazione che non scende, l’aumento degli affitti e delle proteste in alcune periferie urbane. Non solo. Legge nella crescita del Pil iberico la realtà: un’espansione fragile dipendente da comparti a basso valore aggiunto. Non a caso la crescita del Pil pro capite, quello che riguarda concretamente gli spagnoli, ha registrato un incremento medio di appena l’1,2%.
Questo per confutare le tesi dei cosiddetti “semi-colti”: categoria in voga fra un certo opinionismo progressista che ha fatto della Spagna di Sánchez un modello senza conoscere i perché. Anche qui si scontrano due idee di Europa. Da una parte quella socialista mossa, dietro la retorica dell’inclusione e delle maxi-sanatorie, dalla visione mercantilista dell’immigrazione. Dall’altra quella sociale e sviluppista della destra. Proprio l’8 agosto, anniversario della strage di Marcinelle, Giorgia Meloni ha denunciato il fatto che in Europa non debba più esserci spazio alcuno «per chi alimenta i canali dell’immigrazione clandestina, per avere manodopera a basso costo e rivedere al ribasso i diritti. Perché per noi il messaggio è chiaro: chi sfrutta le persone, le schiavizza, alimenta i traffici criminali è indegno del modello sociale europeo».
Contrastare l’Italia, con la scusa che il nostro governo sarebbe stato troppo severo con Madrid sulla crisi di Ceuta sospendendo Schengen, significa attentare all’esecutivo che ha interpretato meglio e per primo le dinamiche che viaggiano con l’immigrazione clandestina: incluso il fatto che questa sia strumento delle guerre ibride che puntano alla debolezza politica di Bruxelles. E in effetti Sánchez – nonostante i peana di certa stampa – non è difeso praticamente da nessuno in Europa. Eccetto che dalla sinistra di casa nostra. Sempre pronta ad abbracciare i nemici dei nostri confini.