Il monumento a Corfù
La storia dimenticata di Kostas Georgakis: lo Jan Palach greco che continua a parlare alle nostre coscienze
Un viaggio riporta alla memoria il ragazzo greco e altri uomini che trasformarono il proprio corpo nell'estrema testimonianza contro la tirannide: una riflessione sul significato della libertà e sul valore della memoria
A Corfù il mare ha il colore che ci si aspetta dalla Grecia. Il vento arriva dal porto, i turisti attraversano distrattamente la città vecchia. Poi, quasi all’improvviso, appare la statua di un ragazzo. Non è un condottiero, né un eroe della Grecia antica. È Kostas Georgakis. Da quel momento il viaggio cambia natura.
Il sacrificio di Kostas Georgakis per la «Grecia libera»
Ci sono monumenti che celebrano vittorie e altri che custodiscono sconfitte. Quello dedicato a Georgakis sembra invece attendere semplicemente qualcuno disposto a fermarsi. Il suo nome, fuori dalla Grecia, dice poco o nulla. Eppure quel giovane studente di geologia, emigrato in Italia, nel settembre del 1970 scelse di darsi fuoco a Genova per denunciare la dittatura dei colonnelli. Morì pochi giorni dopo, lasciando una frase destinata a sopravvivergli: «Viva la Grecia libera».
Davanti a quella statua si comprende quanto la memoria sia selettiva. Alcuni martiri diventano simboli universali; altri rimangono confinati nella storia del proprio Paese. Eppure il gesto di Georgakis appartiene a una costellazione più ampia, quella di uomini che hanno trasformato il proprio corpo nell’ultimo luogo della protesta.
Quattro destini, una stessa domanda
Per molti europei il nome di Jan Palach evoca immediatamente il prezzo della libertà. Molto meno noto è quello di Kostas Georgakis. Eppure, i due giovani sembrano parlarsi attraverso la storia. Il pensiero corre inevitabilmente a Praga, gennaio 1969. L’invasione sovietica ha spento la speranza della Primavera cecoslovacca e Palach decide di immolarsi in piazza San Venceslao. Non pensa di rovesciare il regime. Sa che non accadrà. Vuole invece impedire qualcosa di forse ancora più pericoloso: la rassegnazione. La sua morte è un appello alla coscienza dei vivi.
Meno conosciuta, ma non meno significativa, è la vicenda di Alain Escoffier. Nel 1977, davanti alla sede parigina dell’Aeroflot, sceglie la stessa terribile forma di protesta per denunciare il dominio sovietico sull’Europa orientale. A queste storie appartengono anche le immagini, rimaste impresse nella coscienza del mondo, dei monaci buddhisti che, dal Vietnam al Tibet, hanno scelto l’autoimmolazione come estrema testimonianza contro l’oppressione. In loro il gesto assume anche una dimensione spirituale, ma conserva il medesimo nucleo morale: sottrarre il corpo alla paura per restituire voce a una libertà negata.
Non è un caso che quasi tutte queste vicende appartengano al Novecento. Fu il secolo delle grandi ideologie, ma anche quello in cui la libertà fu negata con una radicalità tale da indurre alcuni uomini a fare del proprio corpo l’ultima frontiera della testimonianza.
Quando il corpo diventa testimonianza
A unire esperienze così lontane non è certo l’ideologia e né lo sono le appartenenze politiche: a unirle è una convinzione elementare e potentissima, ovvero che vi sono beni che non possono essere misurati con il semplice istinto di conservazione, e la libertà è uno di questi.
È una riflessione che oggi appare quasi inattuale. Viviamo in un tempo nel quale la libertà è spesso evocata come diritto individuale, come spazio delle proprie scelte, delle proprie opinioni, delle proprie rivendicazioni. Per Georgakis, Palach, Escoffier o quei monaci, invece, essa era anzitutto responsabilità verso una comunità. Non chiedevano di vivere meglio; chiedevano che un popolo non rinunciasse alla propria dignità.
Quanto vale la liberta?
Per questo i loro gesti continuano a inquietare. Non perché suggeriscano un modello da imitare – sarebbe un fraintendimento grave – ma perché costringono a una domanda che preferiremmo evitare: quanto vale davvero la libertà? Quanto siamo disposti a sacrificare per difenderla?
Albert Camus sosteneva che la rivolta autentica nasce quando un uomo dice «no» e, nello stesso gesto, afferma un valore condiviso. Quei giovani dissero «no» alla tirannide, ma il loro atto esprimeva soprattutto un «sì»: alla dignità della persona, alla libertà dei popoli, al rifiuto dell’assuefazione.
Il corpo si spegne, l’esempio resta
Lasciando Corfù, il pensiero torna a quella statua. Non celebra un vincitore. Ricorda un ragazzo di ventidue anni che comprese una verità antica: i regimi possono imprigionare i corpi, possono censurare le parole, possono perfino manipolare la memoria. Più difficile è spegnere un esempio. Il fuoco consuma la pelle in pochi istanti. La libertà, quando qualcuno sceglie di testimoniarla fino all’estremo sacrificio, continua invece a bruciare nella coscienza degli uomini molto più a lungo della vita di chi l’ha difesa. È questo, forse, il paradosso di ogni autentico martirio civile: il corpo si spegne, l’esempio resta.