Le "relazioni pericolose"
Il filo “rosso” tra Ranucci e toghe, il costituzionalista Giuffrè: un cortocircuito tra una parte della magistratura e Report
Il membro laico del Csm denuncia la contiguità tra correnti giudiziarie e informazione, tra politica e militanza mediatica
L’ovazione riservata a Sigfrido Ranucci durante un’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati, lo scorso ottobre nell’aula magna della Cassazione, torna al centro delle polemiche dopo il caso Lavitola e l’ipotesi di una candidatura del conduttore di Report a premier. Felice Giuffrè, costituzionalista e membro laico del Csm, denuncia in un’intervista al Giornale l’intreccio tra alcune correnti giudiziarie, informazione e politica.
La questione non si esaurisce negli eventuali profili di illiceità, sui quali dovrà fare chiarezza l’inchiesta, ma intanto per Giuffrè emerge un sistema alimentato da affinità ideologiche, visibilità televisiva e ambizioni personali, con conseguenze sull’indipendenza della magistratura.
La giustizia come prosecuzione della politica
Quelle scene, spiega il componente del Csm, sollevarono perplessità già allora: «Mi sembrò un clima eccessivo, sopra le righe, frutto se non di una esaltazione collettiva, sicuramente di una specie di trance agonistica». A invitare Ranucci era stata Magistratura democratica, «all’insaputa delle altre» correnti.
Per Giuffrè, l’episodio riflette una degenerazione: «Parafrasando von Clausewitz, la giustizia è diventata per alcune espressioni della magistratura associata la prosecuzione della politica con altri mezzi. Del resto, non mi invento nulla, visto che certe correnti rivendicano orgogliosamente tale impostazione. Basta rileggere i documenti costitutivi di Magistratura democratica e anche certe prese di posizione più recenti della sinistra giudiziaria».
Magistrati-influencer, visibilità e «metodo Report»
L’affinità ideologica, tuttavia, non esaurisce la spiegazione. Secondo Giuffrè, «questi circuiti giudiziari e mediatici sono molto redditizi per una parte della stampa e per alcuni magistrati». Il vantaggio si misura nella possibilità di «avere visibilità, scrivere libri, essere ospiti in tv, fare monologhi teatrali». Qualcuno sceglie successivamente la politica. Altri mantengono entrambi i ruoli: «Da una parte magistrati e intanto influencer politico giudiziari. Non va bene».
La critica investe anche il modello giornalistico attribuito a Report. Giuffrè respinge l’idea che i suoi limiti siano emersi soltanto adesso: «Un metodo giornalistico basato su interventi pesanti sulla vita e sulla reputazione della gente, che mette nel tritacarne persone non condannate o mai indagate, non è giornalismo».
Quanto all’ipotesi di una candidatura di Ranucci a premier, attribuita a Lavitola, il costituzionalista osserva che alcune componenti della magistratura «lo avrebbero apprezzato anche come politico». E indica sempre Magistratura democratica, che avrebbe invitato il giornalista all’assemblea di ottobre «all’insaputa delle altre».
Il nodo delle correnti e i magistrati sotto pressione
Giuffrè precisa che si tratta di «una minoranza rumorosa, talvolta chiassosa», capace però di danneggiare l’immagine dei magistrati che lavorano con serietà. A suo giudizio, perfino componenti moderate come Magistratura indipendente si sarebbero talvolta accodate per «coprirsi le spalle» dentro l’Anm.
Il problema investe anche le nuove generazioni di toghe e il prossimo rinnovo della componente elettiva del Csm, dal quale auspica emergano equilibrio, moderazione e rispetto dei rispettivi poteri. Resta infine la denuncia di intimidazioni avanzata da alcuni magistrati che contestarono l’ovazione a Ranucci e sostennero il Sì al referendum. Giuffrè richiama il dovere del Consiglio di garantire l’indipendenza delle toghe anche dai condizionamenti interni: «Se emergerà che ci sono magistrati ingiustamente vessati per le posizioni che hanno assunto non esiterò a fare la mia parte».