Politiche climatiche
Green Deal, l’Europa fa retromarcia: quattro anni dopo dà ragione all’Italia
Quando lo scorso anno il presidente Donald Trump ha smantellato le politiche climatiche statunitensi, gran parte del mondo occidentale lo ha criticato per aver ignorato il cambiamento climatico. Adesso, Europa, Regno Unito e Canada stanno facendo marcia indietro sulle proprie normative ambientali.
L’Unione Europea ha proposto di allentare il suo storico sistema di tariffazione del carbonio e di consentire alle case automobilistiche di vendere auto a benzina per un periodo più lungo.
Il Regno Unito sembra pronto a consentire nuove produzioni petrolifere nel Mare del Nord, dopo aver vietato le trivellazioni esplorative lo scorso anno, e sta rivedendo gli obiettivi per le vendite di veicoli elettrici. Il Canada ha smantellato un’impopolare tassa sul carbonio e sta sostenendo nuove infrastrutture per il petrolio e il gas.
Il Green Deal europeo
La lentezza con cui l’Europa sta procedendo con le sue misure climatiche è degna di nota, poiché il continente è stato a lungo all’avanguardia nell’azione per il clima; tuttavia i suoi ambiziosi piani di transizione dai combustibili fossili si scontrano con i timori che tali politiche stiano soffocando rapidamente l’industria, facendo aumentare i prezzi dell’energia.
Il Green Deal era stato un punto focale per l’Europa ora invece l’attenzione è ovviamente rivolta alla sicurezza e alla competitività economica.
Il cambiamento di rotta dell’Europa appare comunque timido rispetto alla drastica riduzione delle politiche ecologiche statunitensi operata dall’amministrazione Trump, ma dimostra che gli ambiziosi obiettivi del continente hanno messo alla prova i limiti di ciò che è politicamente possibile nella lotta contro il cambiamento climatico.
Le compagnie energetiche tornano a puntare su petrolio e gas
Le compagnie europee di combustibili fossili che un tempo promuovevano obiettivi per le energie rinnovabili, tra cui Shell, British Petroleum e la norvegese Equinor, li hanno ridimensionati, concentrandosi invece sui più redditizi petrolio e gas.
Shell ha annullato un impianto di biocarburanti nei Paesi Bassi, BP ha dichiarato che ridurrà di oltre il 70% all’anno la spesa per i progetti di transizione verso un futuro energetico più verde e che investirà solo in progetti eolici e solari offshore di alto livello, con un approccio «a basso impiego di capitale».
Equinor ha recentemente abbandonato l’obiettivo di installare da 10 a 12 gigawatt di energia rinnovabile entro il 2030.
I paesi sviluppati sono sempre più restii ad affrontare i costi delle misure per ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili,
Il caso tedesco e il peso della transizione su famiglie e imprese
La Germania, la più grande economia europea, ha visto la sua crescita arrestarsi, mentre famiglie e imprese pagano alcune delle bollette elettriche più alte al mondo. Di fronte al crescente malcontento, le autorità hanno tagliato le tasse e le imposte utilizzate per sovvenzionare le energie rinnovabili.
I legislatori hanno anche revocato un controverso mandato che avrebbe obbligato la maggior parte dei tedeschi a installare costosi sistemi di riscaldamento a energia rinnovabile, preferendo consentire loro di continuare a bruciare petrolio e gas.
Bruxelles corregge la rotta
Il mese scorso, l’Ue ha proposto di mantenere sul mercato un maggior numero di quote di emissione nei prossimi 15 anni per attenuare l’impatto sull’industria.
L’aumento dei costi delle politiche verdi dell’Ue è stato un duro colpo. In passato, le misure erano state descritte come una nuova strategia di crescita che avrebbe stimolato l’innovazione e creato nuove imprese e mercati invece gli effetti nefasti sono sotto gli occhi di tutti.
La linea italiana: neutralità tecnologica e difesa dell’industria
Fin dall’avvio della transizione, il governo italiano — attraverso interventi del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dei ministeri competenti — ha ripetutamente sottolineato la necessità di un approccio basato sulla neutralità tecnologica (aprendo a biocarburanti, e-fuel e altre soluzioni oltre al solo elettrico) anziché su rigidi dogmi normativi.
La linea di Roma è stata spesso sintetizzata nel concetto che la transizione ecologica non debba trasformarsi in una transizione economica suicida per il tessuto produttivo, difendendo la necessità di:
• rivedere in anticipo le scadenze e i parametri regolatori (come i target di emissione per il settore automotive) ;
• evitare sanzioni sproporzionate per le case automobilistiche in una fase di transizione di mercato complessa ;
• garantire adeguati fondi e supporti pubblici comunitari per accompagnare le aziende senza penalizzare l’occupazione
Una linea anticipata dall’Italia quattro anni fa
Il dibattito rimane complesso ma è il caso di dire che, probabilmente, la linea che fu intrapresa dall’Italia 4 anni fa era quella più corretta; pochi all’inizio ci ascoltarono salvo poi rendersi conto (speriamo non troppo tardi) degli errori commessi.