Cosa succede alle imprese
Bruxelles produce regole, il resto del mondo ricchezza: il suicidio dell’Europa spiegato a chi non vuole vederlo
L’Europa vive di rendita: il vantaggio accumulato si sta esaurendo
Per molti anni l’Unione Europea ha potuto contare su una posizione di vantaggio costruita nel tempo grazie a un solido apparato industriale, alla qualità del capitale umano, all’innovazione tecnologica e alla capacità delle sue imprese di competere sui mercati globali.
Oggi, però, quel patrimonio appare sempre meno una rendita consolidata e sempre più un capitale che si sta progressivamente consumando.
Mentre il mondo investe, Bruxelles produce nuove regole
Il problema non nasce da una singola crisi, né può essere spiegato soltanto con la concorrenza della Cina o con l’emergere di nuove potenze economiche.
Mentre gran parte del mondo continua a investire nella produzione, nelle infrastrutture, nell’energia, nella logistica e nella crescita industriale, Bruxelles continua a investire soprattutto in leggi e regolamenti.
L’Italia, per il tramite del nostro Primo Ministro Giorgia Meloni e del Ministro delle Imprese Adolfo Urso, ad ogni incontro sulle strategie comuni di politica industriale non manca mai di sottolineare la ridondanza normativa che rende miope tutte le strategie di sviluppo che invece dovrebbero essere lasciate alla competenza delle imprese.
Molti a Bruxelles si sono convinti che la competitività possa essere sostituita dalla normativa, che l’economia possa essere guidata principalmente attraverso direttive, regolamenti e vincoli amministrativi e che la superiorità burocratica possa compensare la perdita di capacità produttiva.
È una visione che ha prodotto un apparato normativo sempre più vasto, ma risultati economici sempre più modesti, limitati e senza prospettiva.
Quando la burocrazia diventa un fine e non uno strumento
Ogni economia moderna ha bisogno di regole (tutela dell’ambiente, dei lavoratori ecc.).
Il problema nasce quando la regolamentazione smette di essere uno strumento e diventa un fine, talvolta il successo di una politica viene misurato dal numero di obblighi introdotti anziché dalla crescita degli investimenti, della produttività e dell’occupazione.
Le imprese europee partono svantaggiate rispetto a Usa e Cina
Bruxelles sembra agire a senso unico, come se le proprie decisioni fossero applicabili a tutto il mondo; nella realtà non è così. I vincoli, gli obblighi, balzelli e i costi generati dalle normative europee ricadono esclusivamente sulle imprese del nostro continente, mentre le aziende concorrenti operano in contesti completamente differenti.
Le aziende americane beneficiano di mercati finanziari profondi, energia relativamente meno costosa e politiche pubbliche orientate ad attrarre investimenti.
Le imprese cinesi possono contare su una strategia nazionale che coordina infrastrutture, credito, logistica, approvvigionamenti energetici e sviluppo industriale. Altri Paesi emergenti, pur con strumenti diversi, perseguono il medesimo obiettivo: creare un ambiente favorevole alla produzione e alla crescita delle imprese.
Più controlli, meno competitività: il paradosso europeo
In Europa è il contrario, ogni problema produce nuove procedure e nuove regole e così, invece di rafforzare la capacità competitiva delle proprie imprese, si finisce spesso per aumentare i costi e rallentare le decisioni.
Quindi le imprese europee si trovano a competere sui mercati internazionali con vincoli che molti dei loro concorrenti non hanno.
Si presume che aumentare il controllo significhi aumentare la competitività, si confonde la conformità burocratica con l’efficienza economica; si ritiene che la produzione possa adattarsi indefinitamente a qualsiasi vincolo imposto dall’alto.
E ciò fa in modo che le aziende restino al palo.
Gli investimenti fuggono dove si può ancora produrre
Gli investimenti si dirigono dove trovano condizioni favorevoli, le imprese producono dove i costi sono sostenibili; le industrie si sviluppano dove esistono energia affidabile, infrastrutture efficienti, certezza normativa e tempi decisionali compatibili con la velocità dell’economia globale.
È ormai noto che l’Europa stia perdendo quote di mercato in numerosi settori strategici, gli investimenti importanti vengono localizzati fuori continente, intere filiere industriali mostrano evidenti segnali di indebolimento, altre purtroppo stanno addirittura cedendo.
L’ideologia che vede l’impresa come un problema
Dietro questa impostazione emerge una visione ideologica che negli ultimi anni ha assunto un ruolo dominante nelle istituzioni europee; normalmente è il mercato che indirizza le imprese e le politiche industriali, per Bruxelles invece il mercato deve essere costantemente corretto, indirizzato e disciplinato da una crescente ingegneria regolatoria.
Così si considera l’impresa più come un soggetto da controllare che come il principale motore della creazione di ricchezza.
Senza industria non esistono benessere e sovranità economica
La storia economica ci insegna un concetto molto semplice: nessuna società prospera a lungo senza una base industriale forte, nessuna economia mantiene il proprio benessere se smette di produrre valore, nessuna potenza conserva la propria influenza se rinuncia alla capacità di competere.
L’Europa continua a vivere grazie alla ricchezza accumulata dalle generazioni che l’hanno preceduta. Ma quella ricchezza ora si sta consumando e non viene rimpiazzata, inoltre non è stata creata da regolamenti, procedure o adempimenti amministrativi bensì da imprenditori, lavoratori, innovatori, tecnici e industrie che hanno reso il continente uno dei principali motori economici del mondo.
Il rischio concreto: meno lavoro, meno crescita, meno futuro
Se Bruxelles andrà avanti così, il declino industriale europeo accelererà ulteriormente riducendo benessere, il peso geopolitico, le opportunità per i giovani e la capacità stessa dell’Europa di determinare il proprio futuro.
L’Europa è già stata superata in diversi settori, attualmente pare non aver capito la ragione per cui ciò sta accadendo. Il dato di fatto è che, mentre Bruxelles continua a produrre regole, il resto del mondo continua a produrre ricchezza.