Liberi e pericolosi
De Luca, Ruggeri, De Gregori, tre indizi fanno una prova. La censura rossa è più viva che mai
Erri De Luca, Francesco De Gregori, Enrico Ruggeri. Tre nomi diversi, tre storie artistiche differenti, un unico filo rosso. Anzi, rossissimo. Perché quando la sinistra culturale parla di libertà d’espressione, troppo spesso intende la libertà di esprimere soltanto ciò che essa ritiene accettabile.
I fatti delle ultime settimane raccontano una realtà difficile da ignorare. Erri De Luca, scrittore idolo della sinistra, firma storica del Manifesto, non certo un moderato, viene estromesso dalla prolusione inaugurale del Festival Salerno Letteratura per le sue posizioni su Israele, il sionismo e la guerra a Gaza. Non formalmente escluso dalla manifestazione, certo. Ma retrocesso. Spostato. Messo ai margini. Una sorta di sanzione preventiva per idee considerate non allineate.
La motivazione fornita dagli organizzatori è illuminante. La prolusione, spiegano, dovrebbe riflettere una “identità di vedute” con il festival. Tradotto: chi apre la manifestazione deve pensarla come gli organizzatori. Non conta il valore dello scrittore, non conta il prestigio dell’ospite. Conta l’ortodossia ideologica.
A quel punto la risposta dello scrittore campano è stata più efficace di qualsiasi polemica: «Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me».
Ma il caso De Luca non è un episodio isolato. È semplicemente l’ultimo.
Pochi giorni prima era toccato a Enrico Ruggeri. A Codogno, esponenti del Partito democratico hanno contestato la sua partecipazione alla Notte Bianca del 4 luglio. La colpa? Aver espresso durante la pandemia posizioni critiche sul Green Pass e sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Nessun comportamento censurabile, nessuna provocazione sul palco. Soltanto il fatto di aver sostenuto tesi sgradite al pensiero dominante.
Il circoletto rosso esiste e resiste
Il cantautore ha replicato con il buon senso che spesso manca ai suoi accusatori: «Quando sono sul palco suono e al massimo presento qualche brano». Ma il punto è un altro. Per una certa sinistra il problema non è ciò che fai oggi. È ciò che hai osato pensare ieri.
E poi c’è Francesco De Gregori, un altro monumento della musica italiana. Il suo “reato” è ancora più curioso. Non aver preso posizione. Non aver trasformato concerti e interviste in tribune politiche. Non aver aderito all’obbligo morale di schierarsi su ogni conflitto internazionale e su ogni campagna ideologica del momento.
In una società realmente libera sarebbe una scelta personale. Nel mondo radical chic è diventata una colpa.
Gli artisti e gli intellettuali non allineati conoscono bene questo schema. Lo hanno subito per decenni nei giornali, nelle università, nei festival culturali e nei salotti televisivi. Oggi il fenomeno assume forme nuove ma conserva la stessa sostanza: chi non si adegua viene prima ridicolizzato, poi marginalizzato, infine trasformato in un caso da correggere.
Tre indizi fanno una prova
Le vicende di Erri De Luca, Enrico Ruggeri e Francesco De Gregori raccontano esattamente questo. Tre storie apparentemente lontane che finiscono per comporre un unico quadro. Chi esprime un’opinione sgradita viene escluso. Chi non esprime l’opinione richiesta viene messo sotto accusa. Chi rivendica il diritto di restare fuori dal coro viene comunque colpito.
Tre indizi fanno una prova. La prova che il vecchio circoletto rosso non è affatto scomparso. Ha cambiato linguaggio, si è aggiornato ai tempi dei social e delle campagne virali, ma continua a ragionare secondo la stessa logica: la libertà va bene, purché sia la libertà di pensarla come loro. E chi non si adegua resta, ieri come oggi, dalla parte sbagliata del tribunale ideologico.