"Bisognava agire subito"
Famiglia nel bosco, la scrittrice Susanna Tamaro indignata: “I bambini non si proteggono abituandoli all’assenza della famiglia”
Catherine e Nathan hanno fatto di tutto, ma dopo nove mesi ancora non possono riabbracciare i propri figli: "Cos’altro devono fare? Una democrazia liberale ti deve consentire di vivere come vuoi se non fai del male a nessuno"
«A questa famiglia avrebbero dovuto dare un premio, altroché». Susanna Tamaro non usa perifrasi per descrivere il calvario di Catherine Birmingham, Nathan Trevallion e dei loro tre figli, allontanati nove mesi fa dal casolare di Palmoli e ancora ospitati in una comunità di Vasto. Per la scrittrice, dietro il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” non c’è la tutela dei bambini, ma l’incapacità di accettare una libertà che esce dal recinto delle vite omologate.
«Una democrazia liberale ti deve consentire di vivere come vuoi se non fai del male a nessuno. E questa è la situazione», afferma Tamaro in un’intervista a Libero. La loro colpa? Avere scelto una casa spartana, il gabinetto a secco, l’istruzione parentale e un’esistenza lontana dal rumore della modernità. Una vita diversa, non una vita pericolosa.
Tamaro: “Anch’io ho una casa nel bosco”
Tamaro sa di cosa parla. «Guardi, anche io ho una casa “nel bosco”. Ci vivo da quarant’anni, è piena di ragni. Se vengono a controllare mi mandano l’assistenza sociale…». Una battuta che centra il paradosso: fino a cinquant’anni fa gran parte dell’Italia viveva in campagna e il bagno dentro casa era tutt’altro che scontato. Oggi, invece, una scelta rurale ed essenziale sembra sufficiente ad accendere la macchina dei sospetti.
All’inizio la scrittrice pensava di trovarsi davanti a «uno di quei gruppi di fricchettoni» degli anni Ottanta. Poi ha letto il libro di Catherine e ha cambiato idea: «Ma questa è una donna con una visione lucidissima, con una grande preparazione pedagogica». Tamaro ricorda anche la matrice culturale della coppia: lei australiana, lui inglese, entrambi cresciuti in un mondo anglosassone nel quale la vita nei boschi, da filosofi come Henry David Thoreau in poi, appartiene a una tradizione ben radicata. «Questa donna, veramente libera e coraggiosa, nel suo libro non parla mai dei suoi figli, ne fa un accenno solo all’ultima pagina per dire che sta vivendo un grande dolore ma che, come per tutti i dolori, alla fine potrà portarle qualcosa di buono. Io sono molto ammirata».
Le prescrizioni rispettate, i figli ancora lontani
Catherine e Nathan hanno accettato di ristrutturare l’intero del casolare. I bambini, istruiti in casa, hanno superato brillantemente gli esami previsti. I genitori hanno seguito le indicazioni ricevute e il 25 giugno hanno depositato l’istanza per il ricongiungimento. Hanno fatto tutto. Eppure, a fine agosto, attendono ancora una risposta e non sanno neppure in quale scuola saranno iscritti i figli.
«Cos’altro devono fare?», domanda la stessa Tamaro. I tre bambini, felici senza corrente elettrica accanto ai genitori, ora dispongono di tutti i comfort ma soffrono per la loro assenza. È qui che la scrittrice individua il cortocircuito: «Cosa si è realizzato agendo così? In una situazione con dei bambini sottratti alla famiglia, bisognava decidere entro un mese. Uno dei grandi problemi di questa Italia è che è ingiusta per i suoi tempi». Il caos mediatico, osserva, non è la causa dei ritardi, ma il prodotto di «questo eterno temporeggiare».
Il paradosso green
C’è infine la contraddizione più clamorosa. «Perché hanno un’impronta carbonica zero. Ci rompono le scatole in ogni modo per non consumare, per riciclare e bla bla bla: avremmo dovuto portarli in palmo di mano e invece stanno vivendo un incubo». Sostenibili fino all’ultima goccia d’acqua, ma nel modo sbagliato: senza slogan, bonus o patenti ecologiche.
Per Tamaro la vicenda segna l’ingresso nella «post-democrazia», dove chi non si adegua rischia di finire dentro una «macchina infernale». C’è, quella che lei definisce, «una balcanizzazione del pensiero, non si può più ragionare serenamente sulle cose». Catherine, dice, «è una donna libera ed è stata perseguitata in quanto libera». E i suoi figli hanno il diritto di continuare l’istruzione parentale, evitando che, dopo lo sradicamento dalla famiglia e dal loro ambiente, la scuola diventi l’ennesima imposizione. Il punto resta terribilmente semplice: proteggere i bambini dovrebbe significare restituire loro una famiglia, non abituarli alla sua assenza.