L'élite delle idee importate
Bonaccini e compagni danno lezioni agli italiani, ma loro il compitino lo copiano dagli Usa. Orsina: l’errore che fu fatale a Hilary Clinton
Il politologo smonta la superiorità morale progressista e ricorda l’autogol di Hillary Clinton con il «basket of deplorables»: la vera frattura non è fra intelligenti e stupidi, ma fra astrazione e concretezza
Non è una questione di lauree, ma di naso. Quello che una certa sinistra continua a tenere ostinatamente all’insù mentre misura i diplomi degli elettori e perde il contatto con il Paese. Il politologo Giovanni Orsina, intervistato dal Corriere della Sera dopo lo scontro fra Giorgia Meloni e Stefano Bonaccini, mette a fuoco il punto cieco: la «puzza sotto il naso» dei progressisti è «terribilmente dannosa».
Orsina smonta l’equazione tra diploma e intelligenza
Il caso nasce dalle parole pronunciate da Bonaccini ad Albenga. Il voto a Trump, Le Pen, Meloni, Salvini e forse Vannacci, aveva spiegato il presidente del Pd, arriva in misura maggiore da chi «ha poco studiato», vive nelle aree interne o nelle periferie e sta peggio economicamente. La premier ha così ribaltato la lezioncina: quegli italiani, indipendentemente dalle scuole frequentate, hanno «studiato sulla loro pelle» città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e prediche di chi pretende di insegnare agli altri come vivere e votare. Insomma, hanno imparato dagli errori della solita sinistra.
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La sinistra continua a importare gli errori “made in Usa”
La «puzza sotto il naso», del resto, ha un precedente illustre. Nel 2016 Hillary Clinton infilò una parte degli elettori di Donald Trump nel celebre “basket of deplorables”, il cesto dei deplorevoli. L’insulto avrebbe dovuto squalificare l’avversario; invece fotografò soprattutto la distanza di chi lo pronunciava. Il tycoon ovviamente lo trasformò in un distintivo: se milioni di cittadini vengono dichiarati impresentabili, non stupisce che poi si presentino alle urne.
La sinistra italiana riesce però a essere provinciale due volte: importa le categorie americane quando negli Stati Uniti stanno già ritirando la merce dal mercato. Perfino Alexandria Ocasio-Cortez ha capito che la collezione woke del 2020 non è più presentabile. «Woke 1 was crazy», il primo woke era folle, ha ammesso l’icona progressista del Congresso. Un’abiura? Non proprio: le battaglie restano, cambia soltanto il packaging. Ma al campo largo è bastato il segnale da Washington per inaugurare la stagione del grande riposizionamento: da Conte a Renzi, ciascuno ha cominciato a raccontare il proprio passato come se appartenesse a un omonimo.
È un destino curioso per la patria di Machiavelli, Vico, Mosca e Pareto: sulla vetrina c’è scritto “egemonia culturale”, sul cartellino “Made in Usa”. Bonaccini dice che serve una sinistra popolare. Giusto. Per ritrovare il popolo, però, dovrebbe smettere di insultarlo. A giudicare dai risultati elettorali, ad essere bocciati sono sempre e solo loro.