Le parole del sindaco
Perché la Moschea a Venezia è un progetto insostenibile e non c’entra nulla con la libertà di culto
Simone Venturini ribadisce il suo no e chiede, invece, piccoli centri diffusi. Il progetto faraonico è incompatibile con la vita sociale e con l'urbanistica della città
La libertà di culto, un principio inderogabile dei sistemi democratici, significa poter esercitare la propria fede religiosa in un contesto di laicità. E nessuno, mai, ha negato alla comunità musulmana questo diritto. Ma tutto questo, è opportuno dirlo, non c’entra nulla con il progetto faraonico e irrealizzabile della Moschea a Venezia, spinta dalla comunità bengalese, peraltro divenuta parte attiva politicamente alle ultime elezioni comunali, candidando diverse persone nel centrosinistra. Lo ha spiegato bene il primo cittadino della Serenissima, Simone Venturini.
No ai ricatti
Venturini, prima al Gazzettino e poi al Corriere Veneto, ha spiegato bene i motivi del suo no. «Venezia non accetta ricatti da nessuno» ha detto il sindaco, in risposta al ventilato sciopero della comunità bengalese dinanzi al no dell’amministrazione comunale. Il sindaco ha chiarito che non esiste alcuna autorizzazione per l’opera e che la Giunta non approverà varianti urbanistiche per un mega-hub regionale da migliaia di persone in via della Giustizia. Ha aperto alla possibilità di un dialogo solo per piccole sale di quartiere proporzionate alle esigenze locali, ma ha bocciato categoricamente la grande moschea.
Perché è un’idea sbagliata
Il progetto di via della Giustizia a Mestre prevede la trasformazione di un’area industriale dismessa, nello specifico l’ex segheria Rosso, in una grande moschea e centro culturale islamico. Il piano non prevede una semplice sala di preghiera di quartiere, ma un complesso monumentale in grado di ospitare oltre 2.000 persone contemporaneamente.
Nelle intenzioni dei promotori, la struttura dovrebbe diventare il principale punto di riferimento religioso e culturale per l’Islam non solo di Mestre, ma dell’intera provincia di Venezia e delle aree limitrofe del Veneto. Devastando completamente l’impianto urbanistico della città.
Le criticità
La forte concentrazione di migliaia di fedeli, in particolare durante il venerdì o le festività del Ramadan, manderebbe in tilt il traffico della zona, che è considerata priva di parcheggi e infrastrutture adeguate a gestire flussi così massicci.
Una Ceuta a Venezia
L’amministrazione comunale contesta l’idea stessa di un “mega-hub” regionale da migliaia di persone. Il sindaco Venturini sostiene che strutture così imponenti favoriscano l’isolamento e la creazione di “enclavi culturali” o ghetti, anziché una reale inclusione nel tessuto locale.
La soluzione e l’integrazione
Venturini ha dichiarato che l’amministrazione è disposta a dialogare esclusivamente su spazi e piccoli luoghi di preghiera distribuiti nel territorio, che siano sobri, proporzionati alle reali esigenze dei residenti dei singoli quartieri e urbanisticamente sostenibili. Viene quindi categoricamente escluso qualsiasi “piano faraonico” o centro culturale monumentale ma non viene certo negata la libertà di culto.
Non farne un ghetto
Che i musulmani, gli ebrei, chiunque, abbiano diritto ai luoghi di culto è un concetto che nessuno mette in discussione. Nelle democrazie. Mentre in alcuni Paesi islamici, anche avanzati economicamente, basta indossare una croce al collo per finire in galera. Il problema della Moschea a Venezia è urbanistico e culturale. Creerebbe una confusione enorme negli spazi e nella circolazione e avrebbe, per la sua complessità volumetrica, una funzione d’impatto incompatibile con la città. I piccoli spazi diffusi garantiscono alla comunità musulmana il diritto costituzionale. Creare una piccola Ceuta sarebbe la morte. A Venezia.