La svolta
Ranucci passa, Report resta: le ragioni della scommessa Rai sul giornalismo d’inchiesta
Quattro parole bastano a spiegare tutto. Le ha pronunciate Milena Gabanelli, che Report lo ha inventato: «Lunga vita a Report». Non un epitaffio, un augurio.
Sigfrido Ranucci lascia la conduzione. Al suo posto arrivano Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, due professionisti inattaccabili, arrivati in Rai dopo una lunga gavetta e tramite concorso pubblico. La decisione ha scatenato una tempesta politica e mediatica, lasciando in secondo piano il punto essenziale: Report non chiude. Cambia conduzione.
Come ha osservato Mario Ajello sul Messaggero, la vicenda rompe lo schema della semplice “epurazione” e riguarda il modo stesso di concepire il giornalismo d’inchiesta. Non la consacrazione del giornalista-personaggio, ma un metodo: cercare documenti, verificare fatti, incrociare fonti, andare sul posto, fare domande a chi esercita il potere.
Il giornalismo investigativo non ha bisogno di patenti ideologiche.
La nota dei consiglieri Rai
I consiglieri Rai Simona Agnes, Federica Frangi e Antonio Marano lo hanno messo nero su bianco: la scelta punta a «tutelare l’immagine» del programma e a salvaguardare la credibilità della Rai, la cui reputazione «trascende quella di ogni singola persona». Non una decisione per indebolire Report, sostengono, ma per garantirne continuità e autorevolezza.
Un principio che dovrebbe essere scontato. E che invece, per un programma identificato per quasi trent’anni prima con Gabanelli e poi con Ranucci, diventa una novità culturale: il programma viene prima del conduttore.
Chi arriva alla conduzione
Giulia Presutti lavora da otto anni a Report ed è risultata prima nella selezione Rai. Daniele Piervincenzi ha una lunga esperienza da inviato, da Nemo a Popolo Sovrano, e nel 2017 fu aggredito a Ostia mentre realizzava un’inchiesta. Non sono due esordienti né due figure estranee al giornalismo sul campo.
I «collaborazionisti» di Report
La polemica più pesante riguarda proprio i nuovi conduttori, definiti «collaborazionisti» da parte di alcuni esponenti dell’opposizione. Unirai ha respinto l’etichetta come un’accusa infamante contro la dignità professionale di due giornalisti vincitori di concorso.
Ed è forse questo il punto più indicativo dello scontro: se accettare la conduzione di un programma Rai basta per essere considerati traditori del mestiere, significa dividere i giornalisti tra quelli preventivamente legittimati e quelli sospetti in base a chi li nomina. Non è pluralismo.
Report senza Ranucci? Si può fare: i precedenti di Lubrano e Raffai
Presutti e Piervincenzi andranno giudicati per quello che faranno: le inchieste, i documenti, le notizie e le domande rivolte al potere. La Rai parla di «piena indipendenza editoriale» e «imparzialità rigorosa». Ora dovrà dimostrarle.
Ranucci ha segnato una stagione importante di Report, con le sue inchieste e anche con le polemiche che ne sono spesso scaturite. Riconoscerlo non significa però identificare per sempre il programma con il suo conduttore, come insegnano precedenti importanti della rete come “Mi manda Raitre”, che è andata avanti anche senza Antonio Lubrano e “Chi l’ha visto?”, che dopo Donatella Raffai pareva destinato alla chiusura e che invece è diventato uno dei format storici della rete.
Gabanelli, che Report l’ha ideato e più di chiunque altro avrebbe potuto rivendicarne il copyright, ha scelto quattro parole diverse. «Lunga vita a Report». E al giornalismo d’inchiesta, condotto senza filtri ideologici.