L'ultima
Salis ha licenziato due persone per le mail non scaricate…. Sinistra da ridere: non bastavano Lucano e Soumahoro
La verità è amara o forse ridicola, perfino imbarazzante per la sinistra. L’eurodeputata Ilaria Salis avrebbe licenziato i due collaboratori Valentina Dadda e Francois Gelmetti per non aver risposto alle mail e per aver preso iniziative non concordate, riferiscono i giornali di oggi. Dalle carte del tribunale del lavoro di Milano che l’ha condannata a risarcire 300 mila e 900 euro per i mancati compensi e 10 mila euro per le spese legali emergono dettagli davvero surreale. Anche perché prima della causa intentata davanti al giudice c’era stato un tentativo di composizione bonaria al quale l’europarlamentare si era presentata. Mentre un difetto di notifica non le aveva permesso di difendersi nella sede idonea e ora sulla vicenda pende giudizio d’appello.
Salis e i licenziamenti per le mail non scaricate
“Per noi parla la sentenza. Confidiamo che la Corte di Appello confermerà la regolarità della procedura di notifica e che in ogni caso non sussisteva alcuna legittima ragione a sostegno dei recessi intimati”, dicono all’Adnkronos gli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto, i quali hanno assistito i due ex collaboratori di Ilaria Salis. Il giudice Franco Caroleo ha deciso di liquidare 147.900 euro a Dadda e 153 mila a Gelmetti nella sentenza che risale al marzo scorso. I nomi dei due collaboratori non si trovano più sulla pagina della Salis al parlamento europeo. Nella lettera del 17 febbraio 2025 con cui licenziava Dadda, Salis segnalava il venir meno del rapporto fiduciario «essendo emersi progressivamente, fino a diventare assolutamente ostativi, oggettivi motivi di idoneità professionale». A lei l’europarlamentare contestava la «gestione del tutto inefficiente della casella di posta elettronica». E una «evidente incomprensione del suo ruolo di mero collaboratore», perché «è emersa una gestione autonoma di attività non concordate».
“Il procedimento è attualmente pendente in appello e sono pertanto fiduciosa che il successivo grado di giudizio consentirà di accertare correttamente i fatti. La decisione di interrompere la collaborazione con i due assistenti non è stata arbitraria, improvvisa né priva di motivazioni. Era diventata, al contrario, necessaria per tutelare il corretto esercizio del mio mandato parlamentare, le risorse pubbliche affidate alla mia responsabilità e, in ultima analisi, le persone che rappresento”, spiega l’europarlamentare Avs all’Adnkronos.
“Vi è, inoltre, un profilo particolarmente grave, ai limiti del surreale. Non ho infatti avuto la possibilità di difendermi nel giudizio di primo grado (svoltosi in mia assenza e a mia insaputa) perché, pur essendo perfettamente note le modalità con cui notificarmi gli atti – sarebbe stato sufficiente inviare una comunicazione alla mia casella di posta elettronica o alla mia Pec –, la notifica non mi è mai pervenuta. Data la mia incolpevole assenza, il Tribunale ha pronunciato la propria decisione esclusivamente sulla base degli elementi acquisiti dai ricorrenti. Confido che il giudizio di appello possa fare piena chiarezza sulla vicenda”.
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