Molta attesa
Covid, vigilia di audizione per Domenico Arcuri. I tanti misteri da chiarire su come venne gestita la pandemia
L'allora commissario straordinario fu incaricato da Conte e Speranza di gestire l'emergenza. Draghi lo sostitui subito
Martedì 28 luglio Domenico Arcuri, che fu commissario straordinario con pieni poteri durante l’emergenza pandemia, sarà audito nella Commissione di inchiesta sul Covid. Un appuntamento molto importante. Perché se le responsabilità politiche dell’emergenza furono di Conte, del ministro Speranza e del centrosinistra, quelle gestionali furono tutte in capo ad Arcuri.
Domenico Arcuri e la promessa non mantenuta
Arcuri fu nominato amministratore delegato di Sviluppo Italia, poi Invitalia, il 2006, nel secondo governo Prodi, su impulso dell’allora ministro Pierluigi Bersani. All’epoca ringraziò pubblicamente il futuro segretario nazionale del Pd dicendo che la sua esperienza “si sarebbe conclusa insieme a Bersani”. Una promessa non mantenuta, visto che rimase al timone della società per 15 anni e fu incaricato da Conte di gestire in assoluto monopolio l’acquisto delle mascherine, dei dispositivi sanitari e tutta l’organizzazione di emergenza durante la pandemia.
Le domande insolute
Arcuri dovrà dare una risposta a tante domande rimaste insolute ed emerse durante i lavori della Commissione. Alle mascherine risultate non conformi ed acquistate dalla Cina, all’incredibile donazione che l’Italia fece proprio ai cinesi quando era a corto dei dispositivi, al perché, secondo quanto è stato riferito in Commissione, non furono effettuati i controlli alle dogane sulla qualità delle forniture, al perché altri Paesi abbiano acquistato le mascherine a un prezzo assai ridotto. Ma anche a ciò che ha detto non una persona qualsiasi ma Galeazzo Bignami, il capogruppo alla Camera di FdI.
L’accesso agli atti
Bignami, agendo da semplice cittadino, chiese l’accesso agli atti al Ministero, trovando un netto rifiuto. E fu costretto ad adire il Tar. Lo stesso Arcuri gli chiese di ritirare quell’accesso. “Ma io non lo feci”, ha detto Bignami proprio in Commissione. E sarà importante capire perché fu fatta quella richiesta a un esponente politico che chiedeva solo trasparenza. Sotto i riflettori c’è l’acquisto di 800 milioni di mascherine dalla Cina per un costo totale di circa 1,25 miliardi di euro. Un prezzo che sarebbe stato superiore di ben quattro volte rispetto a quanto stabilito dal mercato. Nel mirino della Commissione di inchiesta anche i 70milioni di euro spesi in intermediazioni.
La struttura commissariale dell’epoca ha sempre sostenuto che In quei mesi, l’intera popolazione mondiale necessitava di mascherine e la Cina deteneva il monopolio produttivo. Successivamente le mascherine scesero al prezzo di 50 centesimi prima e di 0,38 dopo. Ma se la Cina aveva il monopolio dei dispositivi perché addirittura fummo noi a gennaio a mandarle una fornitura?
L’esigenza della trasparenza
Domenico Arcuri è stato indagato ma assolto. Il 31 gennaio 2025, il Tribunale di Roma ha assolto Arcuri dalle accuse nel processo sulle presunte irregolarità nelle forniture di mascherine dalla Cina. Il giudice ha stabilito che “il fatto non è più previsto dalla legge” o non sussiste”. Le accuse più gravi di corruzione e peculato legate alla maxi-commessa di dispositivi di protezione erano già state precedentemente archiviate dalle autorità giudiziarie. Ma questo non risolve il problema della trasparenza nella prima fase della pandemia. Il manager fu sostituito da Mario Draghi il giorno stesso del cambio della guardia a Palazzo Chigi. L’audizione di domani servirà a capire tante cose.