Liberare chi costruisce
Perché l’Italia non ama chi rischia
Una parola da restituire
C’è una parola che in Italia, e più in generale in Europa, è stata progressivamente sequestrata. Non dai nemici dell’impresa. Da noi stessi. Da una cultura dominante che per decenni ha trasformato l’imprenditore in una figura sospetta: da invidiare quando ha successo, da compatire quando fallisce, da tassare, regolare e spesso colpevolizzare quando prova semplicemente a fare il proprio mestiere. Quella parola è imprenditore. E va restituita alla sua dignità originaria.
Lo specchio americano
Questa riflessione nasce anche da una conversazione con Nick Adams, inviato speciale degli Stati Uniti per il Turismo. Una di quelle conversazioni che sembrano semplici e invece lasciano una traccia.
Adams mi ha fatto notare una differenza culturale che conosciamo tutti, ma che raramente diciamo con chiarezza. In Italia, e in buona parte d’Europa, un imprenditore che ha fallito è spesso considerato un fallito nel senso più duro del termine: qualcuno che non è stato capace, che ha sbagliato, che porta addosso il marchio della sconfitta. E se invece ha avuto successo, non sempre viene ammirato. Spesso viene sospettato. È il fortunato, quello che si è trovato nel posto giusto al momento giusto. Se non, addirittura, qualcuno che deve aver aggirato le regole per arrivare fin lì.
Negli Usa accade quasi l’opposto. Chi ha fallito è qualcuno che ha avuto il coraggio di provarci. Chi ha avuto successo è guardato come un esempio: ha rischiato, ha creduto in qualcosa, ha costruito. Questa differenza non è un dettaglio psicologico. È già, di per sé, una politica industriale. Perché una cultura che non riconosce dignità a chi rischia produce meno persone disposte a rischiare. E una società che non rischia non cresce.
Il compito della politica
Se vogliamo un’Italia e un’Europa capaci di tornare a competere, dobbiamo cominciare da qui. Non solo da nuovi piani industriali, nuove strategie o nuove direttive. Ma da un cambiamento profondo nel modo in cui guardiamo chi crea, chi produce, chi assume responsabilità, chi costruisce qualcosa che prima non c’era.
La politica conservatrice ha una responsabilità precisa: restituire libertà e dignità all’iniziativa individuale. Significa riconoscere che il merito non è un privilegio, ma il fondamento di una società giusta. Che la sussidiarietà non è una formula tecnica, ma il rispetto per la capacità delle persone, delle famiglie, delle imprese e delle comunità di governare la propria vita. Significa smettere di considerare ogni energia produttiva come un problema da amministrare.
Siamo tutti imprenditori
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo. L’imprenditore non è soltanto chi fonda un’azienda. Non è soltanto chi assume dipendenti, investe capitali o firma bilanci. È chi ogni mattina si alza e decide di costruire qualcosa. È chi gestisce la propria famiglia come la più importante delle imprese: con risorse limitate, responsabilità quotidiane, scelte difficili e il dovere morale di pensare al futuro. È chi nel proprio lavoro cerca ogni giorno di fare meglio, di dare di più, di trasformare un compito in un contributo. È chi costruisce fiducia con i colleghi, con i collaboratori, con chi lavora al suo fianco. Perché anche quello è un atto imprenditoriale: richiede responsabilità, visione, coraggio e capacità di rischiare.
Ognuno di noi, in questo senso, è imprenditore della propria vita.
Liberare chi costruisce
Se cominciassimo a guardarci con questi occhi, scopriremmo che il problema non è la mancanza di imprenditori in Italia o in Europa. Il problema è che spesso non li riconosciamo. Non li celebriamo. Non li liberiamo. Eppure sono ovunque: nell’impresa che assume, nella famiglia che educa, nel lavoratore che migliora ciò che fa, nel giovane che decide di restare e costruire, nel professionista che rischia in proprio, nella comunità che non aspetta sempre una soluzione dall’alto.
Una nazione cresce quando libera queste energie. Declina quando le soffoca. Si impoverisce quando guarda con sospetto chi prova a fare un passo avanti. La sfida è culturale prima ancora che economica: tornare a riconoscere valore a chi rischia, a chi costruisce, a chi non aspetta che qualcun altro decida il suo futuro. Perché l’unica cosa che davvero manca non è il talento. Non è il coraggio. Non è la capacità di intraprendere. È una cultura che torni ad ammirare chi costruisce invece di sospettarlo. Da lì comincia ogni rinascita economica. E anche ogni rinascita civile.
*Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia e segretario generale di Ecr party