Governi in bilico
Dopo il tracollo Starmer, sotto a chi tocca: da Sanchez a Macron, ecco chi vacilla in Europa
Dopo il terremoto politico a Londra, lo sguardo si sposta su Madrid, Parigi e Berlino: Sánchez resiste tra inchieste e polemiche, Macron resta in posa, Merz governa una Germania già nervosa
Esteri - di Alice Carrazza - 23 Giugno 2026 alle 15:04
Keir Starmer non ha fatto neppure in tempo a diventare un’anatra zoppa: è finito direttamente bollito. L’ormai ex primo ministro britannico, arrivato a Downing Street nell’estate 2024 con la promessa — più implicita che dichiarata — di aprire un nuovo ciclo laburista, esce di scena prima di completare metà mandato. Il paradosso è tutto qui: dal trionfo elettorale ai record di impopolarità.
Downing Street, il cambio della guardia
La stampa britannica, che quando sente odore di sangue in politica ritrova il verve vittoriano, ha apparecchiato il funerale con titoli memorabili. The Sun ha scelto: «Lui pensa che sia tutto finito… e per Starmer lo è davvero». The Independent ha preferito tre parole: «Cambio di regime». The Guardian, più sobrio ma non meno netto, ha scritto: «Starmer si fa da parte…». Il New York Times ha sintetizzato per il pubblico globale: «Starmer cede alle pressioni».
Il punto, però, non è soltanto la caduta di un premier laburista. È la velocità con cui il capitale politico della sinistra europea si consuma una volta arrivata al governo. Starmer doveva essere il leader salvifico dopo gli anni convulsi dei Tories. E invece, fuori anche lui, cacciato dagli stessi che lo avevano chiamato.
Sánchez resiste, ma per quanto?
A Madrid, Pedro Sánchez osserva la scena britannica con l’aria di chi conosce bene la differenza tra cadere e restare inchiodati alla poltrona per testardaggine. El País lo racconta come «l’uomo che collezionava Don Chisciotte»: definizione perfetta per un premier che trasforma ogni assedio in carburante politico. Indagini, pressioni, scandali e il terremoto attorno al vecchio mondo socialista. Perfino la moglie tirata in ballo. Ma lui no, non si dimette.
Il problema è che, a forza di evocare mulini a vento, prima o poi qualcuno chiede se siano davvero mulini o piuttosto fatture, intercettazioni, incarichi, relazioni opache e scambi di favore. «La domanda che rimane sospesa è se un resistente sia capace di riconoscere il momento in cui non è più possibile resistere», scrivono i giornalisti spagnoli.
Macron, l’eredità che non arriva
A Parigi, Emmanuel Macron non cade: galleggia. Che è una forma più elegante, ma non necessariamente più gloriosa. Le Figaro aveva già colto il punto a maggio: «Governa la Francia su Instagram». Il presidente parla di “eredità”, ma sembra più concentrato sull’immagine che sui risultati.
Intanto la Francia chiede cose semplici: scuole che funzionano, sicurezza nelle strade, meno tasse, un po’ di ordine. E trova Monsieur le Président che posa per la storia mentre il presente bussa alla porta. Macron ha incarnato per anni il sogno centrista dell’Europa tecnocratica: né di destra né di sinistra, ma abbastanza arroganza per scontentarle entrambe. Il risultato è un presidente formalmente al centro e politicamente ovunque, dunque spesso da nulle part.
Merz, Berlino già senza fiato
Infine Friedrich Merz, che non appartiene alla famiglia socialista ma al reparto europeo dei volenterosi. Die Zeit lo ha descritto «travolto dagli eventi, iperstimolato, sopraffatto. Proprio come tutti noi». Tradotto: il cancelliere non se la passa bene e nemmeno i tedeschi.
La Germania, che per anni ha spiegato agli altri come si amministra con serietà, oggi appare prigioniera delle sue stesse ricette: industria sotto pressione, transizione energetica costosa, coalizioni fragili, opinione pubblica nervosa. Quando Die Zeit scrive che «questo governo non ha più molto tempo», non sta scherzando: sta registrando un problema.
Il continente dei leader provvisori
Il quadro europeo non è la fine del mondo, ma la fine di una presunzione: quella secondo cui bastasse occupare il centro del sistema per possedere anche il consenso. Starmer è uscito, Sánchez si barrica, Macron si gira dall’altra parte, Merz non si capisce bene dove stia andando. In Italia, invece, Meloni resta salda: il governo tiene, i consensi crescono e, per una volta, non serve guardare oltreconfine per trovare stabilità. Qui, l’erba non è solo più verde: è l’unica che non sta appassendo.