Sigfrido sapeva?
Bomba a Ranucci, Lavitola confessa: “Sono il mandante, messa per fargli innalzare la scorta”
Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre scorso davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report. La conferma è arrivata nel corso dell’interrogatorio di garanzia nel carcere romano di Rebibbia, durato oltre cinque ore. A riferire quanto dichiarato dall’imprenditore davanti al gip del Tribunale di Roma Iole Moricca è stato il suo difensore, l’avvocato Sergio Cola.
«Ha confermato l’ipotesi accusatoria e cioè che lui sia stato il mandante dell’attentato», ha spiegato il legale ai cronisti all’esterno del carcere. Lavitola avrebbe inoltre illustrato le ragioni che, secondo la sua versione, lo avrebbero spinto a organizzare quello che lo stesso avvocato ha definito un «atto indubbiamente delittuoso». Insomma, contro il conduttore di Report è stata piazzata una “bomba d’amore”, per usare la efficace metafora coniata da Paolo Mieli.
Il legale di Lavitola: «Lo ha fatto per il bene di Ranucci»
La motivazione fornita dalla difesa è destinata a far discutere. Secondo Cola, Lavitola avrebbe agito con l’obiettivo di ottenere un rafforzamento della protezione per Ranucci, che sarebbe stato già destinatario di minacce.
«Lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché Ranucci era oggetto di attentati, minacce», ha dichiarato il difensore, precisando di non essere in grado di indicare la fonte di queste informazioni. L’azione, secondo la ricostruzione riferita dal legale, avrebbe effettivamente prodotto un aumento del dispositivo di sicurezza: «Si è passati, come voi ben sapete, da due uomini a otto uomini di scorta».
Cola ha escluso che alla base dell’attentato ci fosse un movente politico, osservando però che l’episodio avrebbe avuto come conseguenza anche una maggiore esposizione pubblica del giornalista: «Di fatto l’attentato, non per volontà di Lavitola, ha aumentato la popolarità di Ranucci».
La domanda sulla consapevolezza di Ranucci e la risposta del difensore
Resta un punto sul quale il legale non ha voluto fornire chiarimenti. Ai giornalisti che gli chiedevano se Ranucci fosse a conoscenza di ciò che Lavitola stava per fare, Cola ha risposto: «Non commento questo aspetto, non posso rispondere». Una dichiarazione che lascia aperto un interrogativo destinato inevitabilmente a pesare sul prosieguo dell’inchiesta.
Il paragone “blasfemo” di Ranucci con Falcone e Borsellino
Intanto esplode anche lo scontro politico dopo le parole con cui Ranucci si è accostato a figure come Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sostenendo di rappresentare «una voce che spaventa». Durissima la replica dei componenti di Fratelli d’Italia della Commissione di Vigilanza Rai. «A spaventare non è la sua voce, bensì i suoi silenzi», affermano gli esponenti di FdI, che chiedono al conduttore di Report di chiarire i suoi rapporti con Lavitola e Tavares e le circostanze dei contatti intercorsi con l’imprenditore. In particolare, i parlamentari fanno riferimento agli atti dell’inchiesta e sostengono che, nel giorno della perquisizione a Lavitola, Ranucci sarebbe rimasto «due ore al telefono con il presunto mandante dell’attentato per tentare di concordare un alibi per lo stesso Lavitola».
FdI chiede inoltre al giornalista di spiegare «la sua fraterna amicizia» con Lavitola, i rapporti con Tavares e perché avrebbe cercato di prospettare un collegamento tra l’attentato e Fratelli d’Italia. La conclusione è durissima: «Non possiamo non giudicare ignobile che Ranucci si paragoni a chi davvero la mafia l’ha combattuta e che per sua mano ha trovato la morte».