I manifesti boomerang di Iv
Quando c’era Lui (Renzi) i trasporti erano davvero allo sfascio: treni sempre in ritardo e 8 scioperi al mese
Politica - di Luca Maurelli - 21 Maggio 2026 alle 14:53
La battuta di Massimo Troisi ancora oggi resta indimenticabile, a proposito dei treni che arrivavano in orario quando c’era il Duce. “Ma mica c’era bisogno di farlo capo del governo, bastava farlo capostazione…“. Oggi, però, è Matteo Renzi, con le sue battute serie ma involontariamente comiche, a strappare un sorriso quando si parla di treni. I suoi manifesti, fatti affiggere nelle stazioni italiane con quella scritta ironica sulla Meloni – “quando c’era Lei i treni arrivavano in ritardo” – sono più un autogol alla Comunardo Niccolai, o più banalmente un boomerang, che un efficace messaggio politico.
Renzi, i treni e il Duce: quando c’era Lui…
Se è molto probabile che quando c’era Lui, Benito Mussolini, i treni arrivavano più puntuali di quanto accada oggi con Salvini ministro, è anche vero che i treni erano molti meno e molto meno veloci di oggi. Ma il punto è un altro. Quando c’era L’altro, Matteo Renzi premier, e L’amico, Graziano Delrio come ministro dei Trasporti, le cose sul fronte dei trasporti in Italia andavano molto peggio: scioperi a raffica, progetti industriali catastrofici, ritardi sulle reti, pendolari furiosi, incidenti e un crollo netto degli investimenti. Fu una delle stagioni più buie, sul fronte della mobilità, quella del triennio 2015-2018, quando Renzi prese il testimone da Letta per poi lasciarlo a Gentiloni.
Matteo attacca Meloni, i numeri e la cronaca attaccano Lui
“Leggendo i giornali, pare che Giorgia Meloni si sia molto arrabbiata perché ci sono i cartelloni che ironizzano sui ritardi accanto ai tabelloni dei treni in ritardo. Giorgia non devi arrabbiarti con me per i cartelloni pubblicitari: devi arrabbiarti con Salvini per i treni in ritardo. Come al solito hai sbagliato Matteo”, scrive sui social Renzi postando la foto del manifesto in stile mussoliniano. Ma i numeri, e le cronache dei giornali, servono più di una dose di Acutil fosforo per rinverdire la memoria al senatore di Rignano. Perché quando c’era Lui, a Palazzo Chigi, la rete ferroviaria somigliava più al percorso di Mel Gibson nella Passione di Cristo, con crocifissione finale dei pendolari, che a un sistema di mobilità su ferro di un paese moderno.
Secondo dati del ministero dei Trasporti, durante i 34 mesi del governo Renzi ci furono circa 280 scioperi nei trasporti, per una media di 8 scioperi al mese, le agitazioni sindacali riguardarono Trenitalia, Italo, trasporto regionale e Tpl locale con i sindacati scatenati e pronti a bloccare la rete a ogni occasione.
Le accuse al governo? Cantieri eterni, linee regionali e manutenzione trascurate, spinta verso le privatizzazioni, polemiche sulla sicurezza ferroviaria, nomine lottizzate ai vertici delle Fs. Ma a margine dei blocchi ripetuti c’erano anche temi più politici, come la protesta contro il Jobs Act e un tema affine a quello dei treni, l’integrazione di Anas dentro il gruppo Ferrovie dello Stato, con l’obiettivo di creare un grande “polo unico” delle infrastrutture italiane. Il progetto fu avviato nel 2017 e completato nel 2018, quando Anas passò formalmente sotto il controllo di Fs. Un progetto targato Renzi-Delrio che fu poi approvato dal governo Gentiloni con il Tesoro che trasferì il 100% di Anas a Fs Italiane e la nascita del polo integrato strada-ferrovia. Un progetto rivelatosi fallimentare e sul quale si lavora per provare a separare di nuovo i due rami industriali.
La puntualità con Delrio era solo un’ipotesi
E i treni in orario di quando c’era Lui, non Lei e nemmeno L’Altro? Negli anni del ministro Delrio, Trenitalia rivendicò una puntualità dei regionali superiore al 90%, ma pendolari e monitoraggi indipendenti denunciarono forti criticità soprattutto sulle linee locali e nel Nord lombardo, dove la puntualità di Trenord crollò dall’87,5% del 2015 al 78,3% del 2018. Nei dossier Pendolaria si sosteneva che l’Italia continuasse a investire “su strade e grandi opere” più che sul trasporto pubblico quotidiano e accusava il governo di centrosinistra. Anche il salvataggio di Ferrovie del Sud Est durante la stagione Delrio fu bocciato, anni dopo, dal Consiglio di Stato che giudicò illegittimo il trasferimento a Fs e il finanziamento pubblico da 70 milioni. Un pasticcio di “aiuti di Stato” che ancora oggi tiene banco in Europa.
La stagione di Delrio, L’amico, si chiuse quando Renzi aveva già lasciato il testimone e Gentiloni. Una tragedia segnò quell’epilogo politico: il deragliamento del treno regionale a Pioltello, vicino Milano, il 25 gennaio 2018, con tre morti e decine di feriti. Delrio, allora ancora ministro dei Trasporti nel governo Gentiloni, finì al centro delle critiche sulla manutenzione della rete ferroviaria lombarda e sulla sicurezza dei pendolari. Ma su questo non è il caso di insistere. Fu un incidente. Lui, Lei o L’altro, sulla morte non si specula mai.
(immagine Ansa modificata con Ia)
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