L'intervista
«L’effetto referendum non c’è mai stato. Il risultato delle amministrative lo conferma». Parla Buttaroni
Il presidente di Tecnè: «Dopo quattro anni nessun altro governo ha mai tenuto livelli così alti di consenso. Gli elettori percepiscono con chiarezza cosa rappresenti il centrodestra»
Il tanto atteso effetto traino invocato da una parte del campo largo dopo il referendum non c’è stato. Anzi, in alcuni casi si è verificato il contrario, come a Venezia. Carlo Buttaroni, presidente dell’istituto Tecnè, legge così il risultato delle amministrative e spiega perché, a quasi quattro anni dall’insediamento del governo Meloni, il consenso verso l’esecutivo continui a mantenersi su livelli elevati.
A quanto pare, l’onda lunga referendaria si è fermata. Stanno così le cose?
«Io l’ho detto subito: il giorno dopo il referendum per gli italiani la vicenda referendaria era già conclusa. È stato sbagliato interpretare la vittoria del No come un voto contro il governo. Dentro quel risultato c’erano anche altri elementi: Gaza, l’ambiente, la precarietà, il disagio giovanile. Quella consultazione è stata soprattutto una manifestazione civica di malessere generale, più che un voto politico contro l’esecutivo».
Quindi la lettura politica che ne è stata fatta era tecnicamente fuori fuoco?
«La lettura politica era legittima, ma tecnicamente non calzava. Quel voto non aveva nulla a che fare con il governo. Per questo immaginare un effetto traino sulle amministrative non aveva alcun fondamento reale».
Perché a Venezia si è registrata una distanza così ampia tra le aspettative della sinistra e risultato finale?
«Le aspettative sono il prodotto dell’interpretazione di una realtà in movimento. L’opinione pubblica cambia continuamente e spesso lo fa attraverso segnali inizialmente poco visibili, che talvolta nemmeno gli strumenti di analisi riescono a cogliere. Il voto è il momento in cui questi orientamenti si consolidano in una scelta concreta, che può maturare anche a ridosso dell’appuntamento elettorale. Per questo il risultato delle urne resta sempre l’unica rappresentazione autentica della volontà dei cittadini. Ma c’è di più».
Cosa?
«Talvolta non assistiamo semplicemente all’evoluzione di orientamenti già esistenti, bensì all’emergere di fenomeni nuovi che sfuggono alle categorie interpretative tradizionali. Quando accade, la distanza tra aspettative e risultato finale può diventare significativa, perché ciò che si manifesta nelle urne non è soltanto un cambiamento quantitativo, ma un cambiamento qualitativo del comportamento elettorale».
Ed è quello che è successo nel capoluogo veneto?
«Simone Venturini non ha soltanto vinto le elezioni: ha ottenuto una vittoria politicamente molto significativa. Alle elezioni regionali di pochi mesi prima, le liste che sostenevano il candidato di centrosinistra avevano raccolto il 48,2% dei voti, contro il 47,4% di quelle che sostenevano il candidato di centrodestra. Venezia, inoltre, ha una lunga tradizione politica di centrosinistra. Dopo due mandati di amministrazione di centrodestra, era ragionevole attendersi l’emergere di una domanda di cambiamento. Venturini, invece, è riuscito a confermare il consenso costruito negli ultimi anni e ha dimostrato una capacità di radicamento e di rappresentanza davvero straordinaria».
In che termini?
«Il risultato della lista Venturini, superiore al 30%, indica che le urne non hanno scelto soltanto un sindaco, ma hanno riconosciuto una leadership politica dotata di un consenso personale e politico molto ampio».
Che geografia politica emerge da queste amministrative?
«La fotografia è abbastanza chiara: non c’è stato alcun crollo del centrodestra. Anzi, in molte realtà il consenso è stato superiore alle aspettative. Penso a Reggio Calabria, ma anche ad altri Comuni più piccoli, come Albano, dove il centrodestra ha allargato significativamente la propria base elettorale».
Eppure secondo l’opposizione il referendum aveva evidenziato un disagio crescente verso il governo. I vostri dati lo escludono?
«Dai sondaggi non abbiamo mai registrato segnali di crisi strutturale. Probabilmente, dopo il referendum si era diffusa una percezione diversa, ma derivava da una lettura troppo politica di quel voto. Nel frattempo, il governo ha continuato a mettere in campo azioni che una parte significativa dell’opinione pubblica ha percepito come coerenti con le proprie aspettative».
Il campo largo riesce a essere percepito come un’alternativa di governo?
«Esiste come area politica, ma non è ancora percepito dagli elettori come una proposta di governo compiuta. Manca certamente un leader riconosciuto, ma manca anche una sintesi politica e culturale tra anime molto diverse tra loro: moderate, radicali, ambientaliste, industrialiste. Dentro una coalizione non serve essere identici, ma bisogna dare l’idea di una visione comune».
Colpisce la stabilità del consenso verso il governo dopo quattro anni di legislatura. È un dato anomalo rispetto alla recente storia repubblicana?
«Dopo quattro anni, nessun altro governo ha mai tenuto livelli così alti. C’è stato un fisiologico calo rispetto all’inizio, ma resta una solidità politica molto forte. E soprattutto c’è una forte solidità della coalizione. Questo è un dato importante perché gli elettori percepiscono con chiarezza cosa rappresenti il centrodestra».
Quanto pesa, nelle analisi, la leadership di Meloni?
«Prima c’era Berlusconi, oggi c’è Giorgia Meloni: leader molto forti, capaci di interpretare il sentimento del Paese e di tenere insieme forze politiche diverse. Meloni è certamente una leader che riesce a cambiare la partita quando entra in gioco».
In che termini?
«Meloni ha saputo costruire un’offerta di governo che, almeno in questa fase, gli italiani continuano a preferire rispetto alle alternative in campo».
Lo dice anche in riferimento al complicato quadro internazionale e agli effetti sul portafoglio delle famiglie italiane?
«Non significa che tutto vada bene, ma significa che oggi l’azione del governo viene considerata più credibile rispetto alle opposizioni».
Quindi c’è una spiegazione politica e sociologica dietro il consenso verso Fratelli d’Italia?
«Dagli anni Duemila, gli elettori non votano più per un’appartenenza ideologica stabile. Cambiano rapidamente se non si sentono rappresentati. Abbiamo visto l’exploit del Movimento 5 Stelle, poi del Pd di Renzi, della Lega, oggi di Fratelli d’Italia. Ma il dato significativo è che Fratelli d’Italia, a quasi quattro anni dall’insediamento del governo, mantiene ancora un consenso superiore rispetto alle Politiche del 2022. E questo è un indicatore molto importante di stabilità».