Scenari
La strategia di Erdogan: trasformare la Turchia da ponte a centro geopolitico
Ankara prova a diventare fulcro indispensabile per Oriente e Occidente: non più solo un tramite, ma un attore determinante negli equilibri globali
Ci sono luoghi in cui la geopolitica non è teoria astratta, ma una presenza fisica visibile a occhio nudo. Istanbul è uno di questi. Basta fermarsi lungo il Bosforo per capire come la geografia possa diventare potere: petroliere che attraversano lo stretto, navi militari dirette verso il Mar Nero, ponti che uniscono simbolicamente due continenti mentre minareti e grattacieli raccontano una modernità stratificata.
L’ambizione della Turchia
Per decenni abbiamo guardato alla Turchia come a un ponte, un Paese sospeso tra Europa e Asia, tra Islam e Occidente, tra modernità laica e tradizione. Eppure, questa immagine rischia oggi di essere fuorviante e insufficiente a spiegarne l’essenza. La vera ambizione della Turchia contemporanea potrebbe non essere quella di scegliere uno o due campi, ma di smettere definitivamente di appartenere a quello di qualcun altro.
È qui che si comprende il progetto geopolitico di Recep Tayyip Erdoğan: non quello di trasformare Ankara in una superpotenza globale, ma quello di renderla comunque abbastanza forte, autonoma e indispensabile da obbligare tutti — dagli Stati Uniti alla Russia, dall’Europa al Medio Oriente — a fare i conti con lei.
La fine dell’impero e la ricerca di un posto nel mondo
Per capire questa ambizione bisogna però fare un balzo indietro nel tempo. La Turchia moderna nasce infatti da un trauma storico: la dissoluzione dell’Impero Ottomano. Un impero che per secoli aveva dominato aree immense tra Balcani, Medio Oriente e Nord Africa, bussando più volte al cuore dell’Europa, si ritrovò improvvisamente ridotto a uno Stato nazionale più fragile e periferico.
La scelta di Atatürk
La nuova repubblica di Mustafa Kemal Atatürk costruì quindi la propria identità guardando all’Occidente: secolarizzazione, centralizzazione dello Stato, modernizzazione istituzionale e successivamente adesione alla Nato durante la Guerra Fredda, come garanzia di sicurezza contro l’Unione Sovietica.
Così, per gran parte del Novecento, Ankara cercò protezione e riconoscimento guardando verso Ovest. Ma quel rapporto è sempre rimasto ambiguo: abbastanza vicina geograficamente da essere considerata indispensabile militarmente, mai abbastanza vicina culturalmente da sentirsi davvero accolta politicamente. Le difficoltà nel percorso verso l’Unione europea, le tensioni diplomatiche e la sensazione di essere trattata come partner subordinato hanno inevitabilmente alimentato gradualmente un’idea diversa di sé: non essere più periferia dell’Occidente, ma potenza regionale con interessi propri.
Erdoğan e la svolta: la Turchia smette di chiedere il permesso
Quando Erdoğan sale al potere nei primi anni Duemila, questa tensione si trasforma in strategia. Molti osservatori parlano di “neo-ottomanesimo”, ma il termine viene spesso utilizzato in maniera semplicistica, quasi fosse sinonimo di un nostalgico desiderio di ricostruire l’impero perduto. In realtà il progetto è senz’altro più sofisticato. Più che restaurare l’antico e ormai defunto Impero Ottomano, Ankara sembra voler recuperare quella che per secoli è stata la postura imperiale turca: influenza diplomatica, presenza militare, capacità di mediazione, proiezione economica e culturale in territori un tempo appartenenti alla sfera ottomana.
La teoria della “profondità strategica”
L’idea non è quindi necessariamente quella di conquistare, ma anche solo di contare. Non dominare formalmente, ma diventare centrale. Un ruolo importante in questa elaborazione strategica è stato attribuito all’ex primo ministro Ahmet Davutoğlu, autore della teoria della “profondità strategica”: la convinzione che storia e geografia – e questo ragionamento potrebbe sembrarci anche familiare – assegnino alla Turchia una posizione privilegiata tra Balcani, Caucaso, Mediterraneo, Medio Oriente e Asia centrale. Una posizione che non dovrebbe essere subita passivamente, ma sfruttata attivamente.
Dove si vede davvero la strategia turca
È osservando le mosse concrete di Ankara che questa visione prende forma. In Siria, la Turchia è intervenuta non soltanto per ragioni ideologiche o di sicurezza immediata, ma anche per evitare la nascita di entità curde percepite come potenziali minacce ai propri confini.
In Libia, Ankara ha sostenuto militarmente il governo riconosciuto internazionalmente, aumentando il proprio peso nel Mediterraneo orientale e nelle partite energetiche.
Nel Caucaso ha rafforzato il legame con l’Azerbaigian, consolidando un’influenza sul mondo turcofono e rafforzando il proprio profilo regionale.
Sul Mar Nero, invece, mantiene un equilibrio delicatissimo: membro della Nato, ma contemporaneamente capace di dialogare con la Russia senza mai interrompere completamente i rapporti. Durante la guerra in Ucraina, per esempio, Ankara ha contemporaneamente venduto droni a Kiev e mantenuto aperti i canali diplomatici con Mosca, tentando di trasformarsi in mediatore regionale.
Agli occhi occidentali questo comportamento appare spesso contraddittorio, ma in realtà segue la precisa logica di massimizzare autonomia e margini di manovra. La Turchia non vuole dipendere da nessuno abbastanza da non potersi permettere di dire “no”.
La forza militare come indipendenza
Persino la crescente industria militare turca fotografa questa stessa ambizione. Negli ultimi anni Ankara ha investito enormemente nella produzione nazionale, soprattutto nel settore dei droni, riducendo la dipendenza tecnologica dall’estero. I Bayraktar sono diventati non soltanto strumenti militari ma simboli geopolitici: esportabili, relativamente economici, utili a costruire relazioni diplomatiche e immagine di prestigio nazionale.
La trasformazione della Turchia in una potenza tecnologico-militare è, ancora una volta, parte integrante della ricerca di autonomia strategica: meno dipendenza dagli alleati significa più libertà di scelta.
Il grande paradosso turco
Qui, però, emerge il principale limite del progetto. Per essere davvero autonoma, una potenza deve potersi permettere il costo della propria autonomia. E la Turchia da troppi anni continua a convivere con fragilità economiche, inflazione, dipendenze energetiche e profonde polarizzazioni politiche interne.
L’ambizione geopolitica di Ankara cresce spesso più rapidamente della struttura economica chiamata a sostenerla. In altre parole, se la volontà di potenza corre decisamente veloce, la capacità materiale di assecondarla e consolidarla procede più lentamente.
La Turchia vuole essere indispensabile
Forse si continua a leggere Ankara con categorie riduttive: alleato problematico dell’Occidente, autocrazia regionale, nostalgia ottomana, semplice potenza revisionista. La Turchia di Erdoğan sembra invece qualcosa di più complesso e per certi versi più ambizioso: uno Stato che tenta di trasformare la propria geografia in destino politico. Per decenni Ankara ha chiesto un posto al tavolo costruito da altri. Oggi sembra voler ottenere qualcosa di diverso: fare in modo che nessuna partita decisiva possa essere giocata senza la sua presenza.