La storia oltre le date
La nascita della Repubblica: cosa accadde prima e dopo il 2 giugno 1946
Come si arrivò all'indizione del referendum? Cosa significò il voto delle donne? Ci fu un ruolo di Londra e Washington? Quali furono i flussi elettorali? E cosa accadde negli anni successivi? A ottant'anni esatti da quella data cruciale per l'Italia vale la pena ripercorrere una storia che va oltre la ricorrenza
A ottant’anni esatti dal referendum del 2 giugno 1946, che segnò la nascita della Repubblica, vale la pena ripercorrere cosa avvenne prima e dopo quella data. Non è inutile premettere che, con legge 17 marzo 1861, vennero aboliti tutti i titoli preunitari, e Vittorio Emanuele II di Savoia assunse quello di re d’Italia. Morì nel 1878, e gli successe il figlio Umberto I, ucciso da un anarchico il 29 luglio 1900. Seguì il figlio Vittorio Emanuele III. Questi attraversò tutte le vicende della prima metà del XX secolo: periodo giolittiano; Guerra di Libia; Prima guerra mondiale; era fascista; 25 luglio e 8 settembre 1943; fuga da Roma per raggiungere, via Brindisi, Salerno.
La richiesta di abdicazione
I partiti antifascisti (o quelli che se ne dicevano dirigenti) tornati dall’estero e insediatisi a Salerno anch’essi, avrebbero preteso l’abdicazione immediata di Vittorio Emanuele, e dal loro punto di vista era logico, giacché il re non solo dal 1922 al fatale 25 luglio era stato a fianco di Mussolini senza mai battere ciglio, ma, per gradire, si era lasciato proclamare imperatore d’Etiopia e re d’Albania.
Le prime spinte per la Repubblica
Qualcuno, non contento, cominciava a mettere in dubbio lo stesso assetto istituzionale del 1861, parlando di forma repubblicana. Bisognava però fare i conti con chi effettivamente occupava e governava il territorio dalla Sicilia a Cassino, gli Angloamericani, i quali non avevano ancora espresso alcuna intenzione sul futuro dell’Italia a guerra finita. Si giunse a un compromesso: il re, senza abdicare al trono d’Italia (da Etiopia e Albania aveva abdicato tacitamente!) avrebbe nominato luogotenente generale del Regno il figlio ed erede Umberto: il che avvenne, ormai da Roma, il 5 giugno 1944. A guerra finita, si sarebbe tenuto un referendum.
Il concetto di luogotenente venne inteso alla lettera, e Umberto detenne tutti i poteri, almeno formali, del re. Fu lui a nominare, il 18 giugno, il ministero Bonomi, che inaugurò la lunghissima serie postbellica dei governicchi spazio di un mattino; dimesso il quale e rinominato il 12 dicembre (Bonomi III, contando quello, altrettanto fugace, premussoliniano), il 21 giugno 1945 nominò Parri, che rimase in seggio fino al 10 dicembre; seguito da De Gasperi I, ultimo governo del Regno d’Italia. Fu Umberto luogotenente a firmare decreti, tra i quali quello che sanciva l’autonomia siciliana, che è dunque monarchica e precostituzionale. Il 9 maggio, ormai cessate le ostilità, Vittorio Emanuele abdicava anche formalmente, e Umberto II saliva al trono.
L’indizione del referendum e il voto delle donne
Il governo, firmatario Umberto II, indisse il referendum istituzionale per il 2 giugno. Erano chiamati a votare i maggiorenni, allora a 21 anni; e, ai sensi di un decreto del 1 febbraio 1945, ribadito il 10 marzo, le donne. Era l’esito di una lunga discussione, cui non mancarono obiezioni di natura persino biologica e di un’asserita inferiorità del gentil sesso; e un caso tutt’altro che solo italiano, se in Svizzera bisognerà attendere il 1970. Dopo la partecipazione a elezioni amministrative, e alcune signore erano state elette sindaci (o, come direbbero ora, sindache), per la prima volta il voto femminile acquistava valenza politica. Di recente, qualche sfacciato demagogo ha insinuato una sorta di identificazione tra voto alle donne e vittoria della repubblica, ma i numeri non lo attestano in alcun modo: le donne del 2 giugno voteranno a loro senno come i maschi.
Le ipotesi sulle preferenze di Londra e Washington
Il voto doveva svolgersi in tutto il territorio nazionale; ma ne fu escluso l’Alto Adige, la cui sorte era in bilico; e non si poté votare nelle terre occupate dai titini, quindi, rispetto al 1941, Venezia Giulia, Trieste, Istria, Fiume, Zara. Non votarono i moltissimi prigionieri di guerra ancora detenuti all’estero. Gli occupanti angloamericani neanche allora assunsero una posizione esplicita; si credette però che Londra preferisse la monarchia, e Washington la repubblica.
La campagna elettorale di repubblicani e monarchici
Si tenne una campagna elettorale molto accesa, e con contraddittorio estemporaneo, allora ammesso pure durante i comizi. Facendo leva sui recenti eventi, i sostenitori della repubblica ricordarono i repubblicani storici quali Mazzini, e, sorvolando su Teano, Garibaldi; le sinistre socialcomuniste, si dichiararono ideologicamente repubblicane. I monarchici richiamarono la storia risorgimentale a loro volta; aggiungendo un concetto di buona presa: che la monarchia garantisse la stabilità.
L’amnistia di Togliatti per chi aderì alla Rsi
La Rsi, nei suoi venti mesi, aveva schierato circa un milione di armati (e non scordiamo le Ausiliarie), i quali, rapidamente restituiti alla vita civile, erano ritenuti generalmente ostili ai Savoia; a ogni buon conto, Togliatti promise loro l’amnistia, che in effetti ebbe luogo nel giugno del 1946. È ovvio che i postfascisti che votarono repubblica pensavano a tutt’altra repubblica di quella di Togliatti e Pertini.
Uno spaccato del voto
Vanno dunque evitate le facili semplificazioni. Per dirne una, nel mio paese, come in tutto il Sud, la monarchia risultò in maggioranza (1.144/764); ma alle prime elezioni amministrative, vinceranno i socialisti; agevole dedurre che moltissimi socialisti miei compaesani (e anche miei parenti!) avevano precedentemente votato monarchia!
Il bando della monarchia
I numeri nazionali ufficiali sono noti: 89,8% di votanti, una percentuale altissima, se pensiamo ai nostri giorni. La repubblica ottenne 12.717.923, la monarchia 10.719.284. Sono altrettanto note le proteste di parte monarchica; si allegarono anche delle prove di brogli. Non accadde altro: De Gasperi, con inedita creatività istituzionale, assunse i poteri di capo dello Stato; mentre Umberto, pur mai riconoscendo la sconfitta, lasciava l’Italia; scelse il Portogallo, forse memore dell’esilio dell’avo Carlo Alberto nel 1849. Visse in solitudine a Cascais e non senza dispiaceri familiari, ricevendo visite di fedelissimi. Lo rappresentò in Italia il nobile calabrese Falcone Lucifero.
La repubblica, tenuto conto della Legge salica (“né donna né nato da donna”), vieterà il ritorno in patria di ogni Savoia maschio; disposizione però revocata nel 2002. A proposito di Costituzione, questa vieta ogni ripensamento istituzionale; e tempi e cronache non propongono tale eventualità. Se proprio dovessimo faremmo (accidenti alla deformazione professionale!) come i Frigi, che elessero re il primo che arrivava con un carro a buoi: ammesso se ne trovi ancora uno, sia carro sia re!
La sopravvivenza dei monarchici
I monarchici dopo il 1946 restarono politicamente attivi almeno fino agli anni 1965, però divisi in partiti e movimenti; e in una sorta di mutuo soccorso trasversale, di cui potrei curiosamente testimoniare casi e nomi. Nel 1972 Almirante e Covelli realizzarono una non facile fusione tra gli antichi nemici, dando vita al Msi-Dn. Alcuni segnalati esponenti del nuovo partito, e del suo derivato dopo il 1994, An, erano di provenienza monarchica.
I risultati elettorali all’Assemblea costituente
Il 2 giugno si votò anche per l’Assemblea costituente, con questi risultati: Democrazia cristiana, 35,2%; Partito socialista italiano, 20,7%; Partito comunista italiano, 20,6%; Unione democratica nazionale: 6,5%; Uomo qualunque: 5,3%; Partito radicale italiano, 4,3%; Blocco nazionale delle libertà: 2,5%; Partito d’azione, 1,1%.
La nascita postuma dell’«arco costituzionale»
Di questi, sopravvissero solo Dc, Pci e Psi; gli altri subito sparirono anche dal ricordo. Per inciso, quando negli anni Settanta s’inventarono “l’arco costituzionale”, includendo Pli, Pri, Psdi, Psiup… questo non rispondeva ai nudi fatti del 2 giugno 1946; ed era una locuzione giusto per escludere la destra. E siccome le dobbiamo dire tutte, se il Msi fosse stato fondato appena sette mesi prima di quando nacque, il 26 dicembre 1946, avrebbe certamente partecipato ed eletto dei costituenti. Su questo argomento promettiamo… no, minacciamo di ritornare.