La sinistra si racconta
I migliori anni della loro vita (nel Pci). Il libro-verità di Velardi e Testa sugli ideali persi
Il libro "Siamo stati iscritti al Pci" è una testimonianza amara e dall'interno sulla «deriva progressiva» che si è manifestata attraverso gli snodi delle vicende politiche italiane, ultimo il referendum, e che ha smontato il "mito" della diversità comunista
Come sempre, quando ci si affida ai ricordi, i racconti iniziano dalla fine perché la memoria di un uomo maturo in genere è più consumata delle sue scarpe. Da runner, nel caso di Claudio Velardi, che chiude il suo libro di ricordi sul suo amato Pci con un amaro commento al referendum “vinto” un paio di mesi fa dalla sinistra. Velardi parla di una resa sciagurata, e non si riferisce alla destra ma a chi quel No alla riforma della giustizia lo ha barattato con i giudici sull’altare di un colpetto alla Meloni. “I ricordi delle sezioni, le liti sui trattini o i comizi che abbiamo rievocato nelle nostre lettere acquistano un sapore diverso alla luce di questa disfatta referendaria. Sono la mappa di una deriva progressiva, di un naufragio che ha preso corpo senza che ne avessimo piena coscienza. Un tracollo ineluttabile che ha trovato il suo compimento perfetto in un voto in cui la sinistra si è schierata oltre che contro lo Stato di diritto contro la sovranità morale dell’individuo. Che tristezza”, chiude il politologo con l’hobby della corsa e dei consigli ai leader, D’Alema su tutti, per il quale con altri “Lothar” pelati cantò nella sua breve stagione a Palazzo Chigi.
Il Pci nei ricordi e nei rimpianti di Velardi e Testa
Claudio Velardi ha scelto uno stile alla David Grossman in “Che tu sia per me il coltello” per riassumere le ragioni di una militanza poliica iniziata da giovanissimo nei quadri del Pci, ha scelto lo stile dello scambio di missive tra ex innamorati, lui e l’amico Chicco Testa, uniti dall’amor perduto comune: il comunismo in salsa italiana, senza gulag, senza rivoluzioni, senza ostaggi, neanche a destra.
In Siamo stati iscritti al PCI (Chicco Testa e Claudio Velardi, prefazione di Guido Crosetto, postfazione di Sergio Scalpelli, pp.208, LiberiLibri edizioni) c’è nostalgia, certo, ma anche consapevolezza. Chi era nel Pci pensava di essere nel giusto, e lo pensa ancora oggi, che ci piaccia o no. “Noi, caro Claudio, ce ne staremo in minoranza. Quello che ci spetta perché sconfitti. Ma, se permetti, anche quello che ci siamo liberamente scelti”, sono le ultime righe di Testa nel volume epistolare: anch’egli, a dispetto del nomignolo freak da pariolino, è passato dalla militanza pubblica fatta di volantini e cortei, alla politica della governance, con incarichi anche in colossi di Stato. Un mondo così diverso ma così uguale a quello dei “compagni” di oggi, sempre in equilibrio tra idealismo e poltronismo, come del resto accade a tutte le latitudini politiche quando si inizia a “tenere famiglia”.
Il Crosetto che non ti aspetti
Da destra, senza sentirsi in colpa, è Guido Crosetto, ministro della Difesa accomunato dal “lotharismo” tricologico a Claudio Velardi, a firmare la prefazione. “Vengo dall’altra parte della ‘Grande Storia’ che i due protagonisti di questo libro così bene raccontano. Forse, però, è proprio questo il motivo. La distanza che ci separa, che a volte permette di vedere le cose ancora meglio di quando ci si sta dentro. Vale per chi come Velardi e Testa si è allontanato da quella che è, oggi, e per la verità da parecchi anni, l’eredità della loro storia. E vale per me, che a quella storia non sono mai appartenuto”. Ai due autori, Crosetto riconosce: “Hanno dimostrato, anche con questo libro, che l’onestà intellettuale appunto, come la capacità umana – prima ancora che politica – di riflettere sulle proprie vite, sulla propria storia, e quindi anche sui propri errori, paga sempre”.
Caro amico comunista, ti scrivo…
Lo scambio di lettere tra Velardi e Testa si sviluppa sul filo dei ricordi con numerose incursioni a destra. Velardi si muoveva nel centro storico di Napoli, negli anni Settanta, in anni caldi e pericolosi, in contrapposizione con i fasci. “Il panorama umano della sezione era variegato e socialmente indefinibile, come poco etichettabile era Materdei, quartiere di transito tra il centro antico della città e il Vomero, democristiano per vocazione e storia, che in quei primi anni Settanta subiva la fascinazione di Giorgio Almirante e della invocata svolta a destra. Al punto che il capo dell’MSI decise di sbarcare per un comizio elettorale a piazza Capecelatro – che riempì come un uovo – e i pigri militanti della ‘1° Maggio’ si fiondarono fuori dalla sezione per urlare la loro protesta antifascista. Fu un atto coraggioso, in realtà sconsiderato, perché finimmo tutti confinati rudemente in un angolino della piazza da un cospicuo manipolo di mazzieri e un altrettanto nutrito squadrone di poliziotti. Ma diventò una piccola medaglia al valore, perché da quel momento anche in Federazione qualcuno cominciò a prendere in considerazione i compagni di Materdei, che fino a quel momento non avevano mai maturato quarti di nobiltà combattente…”. Poi il primo insegnamento del vero comunista, Carlo Fermariello, senatore noto per aver recitato nel film di Rosi Le mani sulla città. «Caro compagno Velardi, cerchiamo di parlare come si mangia, in maniera semplice. Altrimenti la gente non ci capisce». Una banalità di straordinaria attualità.
Chicco Testa, invece, si lascia trascinare nei racconti da militante soldatino, sempre presente alle feste dell’Unità e sguinzagliato dal Pci nel duro lavoro della propaganda con la vendita dell’organo ufficiale del partito, l’Unità. “Anziché starmene a letto con la mia fidanzatina, la domenica mi alzavo pronto per cominciare a suonare i campanelli dei caseggiati popolari del centro storico, zona Porta Romana, allora ce n’erano ancora tanti, le vecchie case di ringhiera. Oppure davanti al Policlinico o alla Clinica Mangiagalli, per piazzare qualche copia al personale che iniziava o terminava il servizio”.
Velardi ci trova uno spunto di attualità: “Ma sai che anche io ho incrociato qualche giorno fa una ragazza che diffondeva ‘Lotta comunista‘ nel bel mezzo di via Toledo? Quando mi ha detto: «Compagno, vuoi dare un piccolo contributo alla rivoluzione?», anche io ho pensato per un momento di fermarmi, di prendere il giornale, di chiederle che cosa le ruminava nella testa, poi ho lasciato perdere. Il punto è che la nostra malattia infantile ci ha segnati di brutto…”. Malattia, la definisce, ma la valenza è positiva, è la malattia dell’utopia.
Anche l’utopia della diversità, che esplode con Tangentopoli. “Nella vicenda di Tangentopoli dove, come Pci , pur di salvarci l’anima facemmo errori uno dopo l’altro. Io ricordo perfettamente il clima. A fine settimana tornavo nel mio collegio, Bergamo, dove si tenevano attivi infuocati con centinaia di militanti che chiedevano a gran voce al loro parlamentare di giurare che il nostro partito non era coinvolto, e che se c’era qualche mela marcia si doveva fare immediata pulizia. E così il gruppo dirigente scelse di alzare la bandiera della nostra superiorità morale…”, scrive Testa.
Da Renzi a Meloni, tutto è cambiato davvero?
Poi le sconfitte, Berlusconi, D’Alema a Chigi, Renzi, di cui Velardi si infatua: “Politico intelligente e di grandi ambizioni, che investì tutto nelle riforme, e bruciò il suo capitale nel referendum. Da allora è progressivamente rifluito, fino a diventare oggi una costola del cosiddetto campo largo: approdo non proprio brillante”. Il politologo ci vede un monito per la destra di oggi. “Anche Giorgia Meloni oggi si trova di fronte allo stesso dilemma: gestisce il successo con maggiore sapienza e meno narcisismo (la differenza è che ha la solidità e il realismo tipico delle donne), ma comunque finisce per privilegiare la gestione rispetto al cambiamento. È l’eterno pendolo dei leader: essere guide o custodi, aprire strade nuove o rassicurare i propri seguaci. In quel freddo giorno di febbraio…”. Il bilancio dell’ex comunista poco ex e molto comunista, a giudicare dalle emozioni che trasmettono i suoi ricordi, è fatto di luci e ombre. Ma oggi “vedere il Partito democratico – l’erede sempre più sbiadito e confuso della nostra storia – appiattirsi completamente sulle posizioni del Movimento 5 Stelle e dell’Associazione nazionale magistrati, facendo le barricate per difendere uno status quo corporativo e indifendibile, fa sinceramente male”, chiude Velardi, che parla con Testa a nome di chi è stato nel Pci, ovviamente: il partito che percorreva la sua strada e praticava le sue idee: non serviva molto altro per essere comunisti.