Il sequel del film
“Il Diavolo veste Prada 2”: una commedia sulla moda o un romanzo psichico?
Un altro successo vent'anni dopo a conferma della capacità di trasmettere emozioni diverse
Dopo vent’anni dall’uscita del Diavolo veste Prada arriva nella sale cinematografiche il tanto atteso sequel, Andy, giornalista affermata, contestualmente ad un riconoscimento di carriera importante, viene licenziata insieme ai suoi colleghi in quanto la redazione presso la quale lavora chiude improvvisamente. Andy viene richiamata nello staff della rivista di moda Runway che aveva lasciato 20 anni prima, ancora guidata da Miranda Priestly con a fianco il fedelissimo Nigel, per rilanciarne l’immagine editoriale in quanto la rivista causa dell’era digitale e di alcuni scandali reputazionali si trova in fase di declino. Nel frattempo, Emily – un tempo assistente – è diventata una figura di grande potere nel settore del lusso, assumendo un ruolo ambiguo tra alleata e rivale. Si ricompone così un equilibrio instabile, dove il passato ritorna non per nostalgia, ma per necessità: salvare ciò che resta di un sistema in declino.
E se “Il diavolo veste Prada” parlasse di psicologia?
Sotto la superficie glamour, il film si apre a una lettura più profonda, quasi clinica.
Non è solo una storia di moda o di carriera, ma una rappresentazione di strutture di personalità, difese e vulnerabilità che reagiscono a uno stesso trauma generazionale: la perdita di centralità, la trasformazione del lavoro, la minaccia del nuovo. Ogni personaggio incarna un modo di stare al mondo. Miranda, Andy, Nigel ed Emily ,sempre gli stessi protagonisti non si muovono più come individui isolati, ma come parti di un unico sistema affettivo.
Miranda: la madre che assegna il valore
Miranda domina la scena come una figura materna assoluta, ma non accudisce né consola.
Misura, seleziona, decide chi esiste e chi scompare. Nel suo mondo non c’è spazio per l’identità spontanea: si esiste solo se si è all’altezza. Uno sguardo può consacrare, un silenzio può annientare. Miranda non nutre, ma plasma — e così genera individui affamati: di riconoscimento, di conferme, di un’approvazione che non arriva mai fino in fondo.
Andy: la figlia che vuole essere vista
Andy ritorna come chi torna a casa senza aver mai davvero smesso di appartenerle. Il suo desiderio è semplice e insieme impossibile: essere riconosciuta per ciò che è, non per ciò che produce. Ma nel mondo di Miranda identità e prestazione coincidono. Così Andy oscilla tra separazione e dipendenza, tra autonomia e bisogno di conferma. La sua insicurezza — quella sensazione persistente di non essere abbastanza — non nasce nel presente, ma da un legame originario che non ha mai davvero validato il suo valore.
Emily: la figlia che compete
Accanto ad Andy si muove Emily, come un riflesso opposto e complementare. Se Andy prova a prendere distanza, Emily sceglie la fusione con il sistema. Interiorizza la regola, diventa efficiente, esigente, perfetta. Eppure dietro quella rigidità si nasconde una dipendenza profonda: senza riconoscimento, Emily perde identità. La sua ambizione non è solo professionale — è affettiva. Non cerca il successo, cerca uno sguardo.
Nigel: il padre che traduce e protegge
In questo sistema dominato da una madre potente e totalizzante, Nigel introduce una funzione diversa. Non si oppone, ma media. Non giudica, ma orienta, rende abitabile un contesto altrimenti schiacciante. Se Miranda è la legge, Nigel la rende attraversabile. È la funzione che contiene senza soffocare, che protegge senza togliere autonomia.
Il sistema entra in crisi
Il cambiamento esterno digitalizzazione, declino della carta, nuove regole del mercato non è solo uno sfondo narrativo. È l’evento che rompe questo equilibrio familiare. Il vecchio ordine non regge più, e insieme ad esso si sgretola anche il sistema relazionale interno. Ogni personaggio reagisce secondo la propria struttura: Miranda irrigidisce il controllo per difendere la propria identità; Andy vacilla, riattivando il dubbio di non essere abbastanza; Emily accelera, intensificando la performance; Nigel cerca di adattarsi, mantenendo gli equilibri .Non è solo la rivista a essere in pericolo. È l’intera famiglia psichica a perdere il suo centro.
Il vero collante: il fallimento. Qual è l’elemento che tiene insieme i personaggi?
Non la moda, non la carriera, ma il fallimento. Il fallimento li rende vulnerabili, li rende umani, li costringe a collaborare. Li unisce contro un nemico comune: il tempo che passa, il mondo che cambia. La paura del fallimento emerge come il vero motore emotivo del film: la paura di essere l’ultima generazione a credere nel talento, nella cura, nella competenza, nella bellezza come valore. Il fantasma del fallimento aleggia come un’ombra collettiva: Andy teme di essere smascherata come inadeguata, Emily teme di diventare invisibile, Nigel teme l’irrilevanza, Miranda teme il declino. Ognuno porta un frammento di questa angoscia, e proprio per questo si riconoscono come parte della stessa costellazione emotiva.
La paura del fallimento vibra tra Chanel e hight performance, tra passerelle e numeri di visualizzazione
Quella che appare come superficialità glamour veicola in realtà un messaggio psicologico potente. Il film racconta un mondo che corre troppo veloce: la velocità rischia di erodere la cura del bello, ma anche la dimensione psichica che sostiene ogni processo creativo. Non è solo una crisi della moda o del giornalismo. È una crisi delle idee. Il timore di fallire attraversa tutti i personaggi, spingendoli a inseguire traguardi, risultati, riconoscimenti, come se questi potessero definire la loro identità o garantire il loro benessere.
Il monologo dell’Ultima Cena: il cuore simbolico del film Il momento più potente arriva davanti all’Ultima Cena di Leonardo.
Miranda osserva il dipinto e, parlando ad Andy, compie un gesto che riecheggia quello del pittore: toglie l’aureola.
Leonardo lo aveva fatto per umanizzare Cristo, per mostrarlo esposto, feribile, tradito.
Miranda fa lo stesso con Andy: le ricorda che nessuno è al riparo, nemmeno chi appare invincibile. È un passaggio di testimone emotivo, quasi un’ammissione: il potere non protegge, la vulnerabilità è inevitabile.
Cristo senza aureola e Miranda senza corazza diventano due immagini speculari: uno tradito dai suoi, l’altra tradita dal sistema che l’ha resa potente. Entrambi mostrano che la grandezza non sta nell’invulnerabilità, ma nella capacità di restare umani nonostante le ferite.
Conclusione
Il Diavolo veste Prada 2 si rivela così molto più di un sequel.È una riflessione su identità, potere e cambiamento. Non parla solo di moda, ma di cosa succede quando il sistema che ci ha definiti smette di funzionare. E la vera sfida — per i personaggi, ma anche per noi — non è salvare la struttura. È trovare un modo nuovo di esistere, senza dipendere da essa.
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