Escalation nel Golfo
Hormuz, braccio di ferro tra Washington e Teheran: colpito anche il porto di Fujairah
Missili e droni nel Golfo mentre fallisce il tentativo di Trump di scortare le petroliere con l’operazione Project Freedom: sono circa 1600 le imbarcazioni bloccate. Intanto le autorità iraniane denunciano: morti cinque civili
“Project Freedom è Project Deadlock”. Con questa frase, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha definito “un vicolo cieco” il tentativo statunitense di riaprire lo Stretto di Hormuz. Lunedì, nel Golfo Persico, missili e droni hanno colpito navi commerciali e infrastrutture energetiche, mentre Washington e Teheran si sono fronteggiate con operazioni militari contrapposte.
Il piano annunciato dal presidente Donald Trump mirava infatti a scortare petroliere attraverso il passaggio strategico, bloccato di fatto dall’inizio delle ostilità con l’Iran a febbraio. Ma l’iniziativa, priva di dettagli operativi e politicamente contestata a Washington, ha prodotto un’immediata escalation sul terreno dove sono rimasti uccisi cinque civili, come hanno denunciato le autorità iraniane.
Scontro sul mare, versioni opposte
Nel corso della giornata di ieri, diverse imbarcazioni hanno segnalato esplosioni e incendi. Gli Stati Uniti sostengono di aver distrutto sei unità militari iraniane; Teheran nega. Washington afferma inoltre di aver garantito il passaggio sicuro ad almeno due navi mercantili, mentre l’Iran esclude qualsiasi transito recente. Il gioco del botta e risposta continua senza sosta.
Nel frattempo, una nave sudcoreana ha riportato danni da esplosione nello stretto, e due cargo sono state colpite al largo degli Emirati Arabi Uniti. La compagnia petrolifera ADNOC ha confermato un attacco con droni anche contro una sua petroliera.
Il nodo strategico di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz resta il principale choke point energetico globale. Da settimane il traffico commerciale è paralizzato, con circa 1600 navi intrappolate nel Golfo Persico. La Marina statunitense ha imposto un blocco alle esportazioni iraniane, considerato da Teheran un atto di guerra.
L’Iran, attraverso i pasdaran rivendica il controllo operativo del tratto di mare largo appena 33 chilometri e ha ampliato unilateralmente la propria area di sicurezza fino a includere porzioni della costa emiratina. Un segnale politico-militare rivolto a Washington e ai partner regionali, che tuttavia ha irritato perfino il presidente Masoud Pezzekian tanto da giudicare folle l’approccio scelto dall’IRGC.
L’attacco agli Emirati e il rischio regionale
Il punto più critico della giornata è stato l’incendio nel porto petrolifero di Fujairah, colpito anche da missili del regime degli ayatollah. Si tratta di un hub strategico proprio perché consente l’export di greggio bypassando Hormuz.
Meloni: “Vicini agli Emirati. Attacchi ingiustificabili”
“Il governo italiano esprime la sua vicinanza agli Emirati Arabi Uniti per gli ingiustificabili attacchi subiti che devono immediatamente cessare”: sull’attacco è intervenuta la premier. Sottolineando che “in questo difficile scenario, l’Italia continuerà a fare la sua parte per favorire il dialogo e scongiurare il propagarsi della crisi a livello regionale”. “La liberta’ di navigazione attraverso lo stretto di Hormuz è un principio fondamentale del diritto internazionale ed essenziale per l’economia globale”, ha ribadito la presidente del Consiglio.
Abu Dhabi ha definito l’azione una grave escalation, riservandosi il diritto di risposta. Teheran ha rivendicato l’operazione come reazione all’“avventurismo militare degli Stati Uniti”.
Il rischio di allargamento del conflitto ai Paesi del Golfo, molti dei quali ospitano basi americane, è ora ancora più esplicito.
Diplomazia in stallo, economia sotto pressione
Sul piano politico, i colloqui mediati dal Pakistan restano appesi a un filo. L’Iran sostiene che non esista una soluzione militare e propone di separare la crisi marittima dal dossier nucleare. Washington, invece, non vuole sentire ragioni e punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, ritenute ancora in gran parte intatte secondo l’intelligence Usa.
Intanto, il mercato reagisce: il petrolio è salito oltre il 5% in poche ore, segnalando la centralità dello stretto per l’equilibrio energetico globale.
Lo scenario finale
A quattro settimane dal cessate il fuoco, la linea tra deterrenza e conflitto aperto si è assottigliata. Le compagnie di navigazione restano ferme, in attesa di garanzie che nessuna delle due parti è in grado di offrire.
Nel Golfo, la crisi non è più solo una disputa regionale: è una prova di forza sul controllo delle rotte energetiche mondiali. E, per ora, nessuno sembra disposto a cedere in questo braccio di ferro.
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