Una storia di sangue
“Gli assassini vogliono depistare le indagini”: parla il figlio del carabiniere Capolungo ucciso dalla banda della Uno Bianca
Ci sono storie di cronaca nera che in Italia incutono ancora timore, specialmente quando ad essere coinvolte sono le personalità che dovrebbero tutelare le istituzioni, proprio come nel caso della banda della “Uno Bianca”. Le parole di Alberto Capolungo, figlio del carabiniere Pietro Capolungo che il 2 maggio 1991 venne ucciso dal commando criminale composto da tre poliziotti, risuonano come un monito a distanza di molti anni: «Su questo terrore sono ancora in corso indagini, ma gli assassini continuano a depistarle, andando persino in televisione a raccontare evidenti falsità e mezze verità senza alcun segno di reale pentimento». L’uomo, intervenuto al Senato per la Giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo, si riferiva a Roberto Savi, ex poliziotto e membro della banda, che qualche giorno fa è comparso nel programma Belve su Rai uno. Alle scorrerie avevano preso parte anche i fratelli Fabio e Alberto, complici a loro volta della scia di sangue che si diffuse in Italia negli anni novanta, provocando 24 morti e 114 feriti.
Vittime del terrorismo. Parla Alberto Capolungo, figlio di un carabiniere ferito dalla “Uno Bianca”
Come ha spiegato Alberto Capolungo, «vale la pena di studiarla questa maledetta storia, perché c’è dentro il meglio e il peggio dell’umanità». Poi ha aggiunto: «Da una parte chi infanga un uniforme e in un delirio di onnipotenza decide della vita e della morte di innocenti. Dall’altra militari o semplici cittadini che facendo il proprio dovere si sono meritati medaglie d’oro purtroppo spesso alla memoria».
Ma non solo, perché «da una parte qualcuno pur sapendo ha taciuto, dall’altra c’è chi ha spontaneamente testimoniato. Qualcuno tra chi avrebbe dovuto trovare i colpevoli non ha saputo farlo bene e per tempo. Qualcuno ha saputo condurre indagini più accurate. Ma a volte assumersi le proprie responsabilità e far bene il proprio mestiere fa la differenza tra la vita e la morte». Poi il figlio di Pietro Capolungo ha lanciato un messaggio di speranza: «Noi continuiamo a lottare per questo senza lasciarci intimidire».
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