La rete oscura
Chi foraggia i centri sociali? Bufera sulla coop con commesse pubbliche “accusata” di aver assunto mezza Askatasuna
Protestano contro il sistema, ma ci lavorano dentro: spunta il caso e i malumori. Guido Borio «mette dentro la cooperativa i compagni peggiori e che prima di procedere a qualche assunzione dovrebbe chiedere a loro»
«I compagni peggiori». Non è un editoriale polemico, ma la sintesi brutale di una conversazione intercettata tra militanti del centro sociale Askatasuna. Il contesto? Le assunzioni dentro una cooperativa torinese da oltre 11 milioni di fatturato. Un dettaglio che, più che un dettaglio, diventa una chiave di lettura. Perché mentre in piazza si alzano barricate – come si è visto anche nell’ultimo weekend segnato scontri e tensioni – dietro le quinte emerge una rete di favori tutt’altro che marginale. Una realtà che incrocia pubblico, sociale e militanza.
La coop che assume
Si chiama La Testarda. Opera da decenni, lavora con enti pubblici, gestisce progetti sociali, dialoga con il Comune e con il sistema dell’edilizia popolare. Il bilancio 2023 parla chiaro: 11.154.928 milioni di euro, come riportato oggi s. Numeri solidi, struttura ampia, attività riconosciuta.
Dentro questa struttura, secondo gli atti processuali, transitano negli anni numerosi nomi legati all’area antagonista torinese. Nulla di illegale, sia chiaro. Ma abbastanza per attirare l’attenzione degli investigatori e, ora, dell’opinione pubblica. Tra i consiglieri figura Guido Borio, nome che rimanda direttamente agli anni più duri della sinistra radicale. Un passato nei Nuclei Comunisti Territoriali, una condanna pesante già scontata, e oggi un ruolo in una cooperativa che lavora anche grazie a fondi pubblici.
Le frizioni interne
Non è però l’elenco dei nomi a colpire. Sono i giudizi. Durissimi. E che arrivano dall’interno. Nel giugno 2020, due militanti discutono: Borio «mette dentro la cooperativa i compagni peggiori e che prima di procedere a qualche assunzione dovrebbe chiedere a loro». Non esattamente un attestato di fiducia.
Poche settimane dopo, un dipendente rincara: «A me sembra che certe persone hanno la precedenza su tutti… sta arrivando tutta l’Askatasuna cioè, non mi sembrano cosi bravi rispetto ad altri che noi mandiamo via». Il punto non è ideologico. È di merito. Chi lavora davvero percepisce uno squilibrio. Chi entra, secondo queste voci, non sempre lo fa per bravura.
Il cortocircuito
Il cortocircuito si completa quando si osserva il rapporto con le istituzioni. La Testarda partecipa a progetti e gestisce anche appartamenti riconducibili al circuito dell’edilizia pubblica. Nel frattempo, pezzi dello stesso mondo antagonista organizzano proteste contro gli sgomberi proprio davanti agli enti stessi che quell’edilizia amministrano.
Due piani che convivono senza mai dichiararsi incompatibili. Da una parte la contestazione del sistema, dall’altra l’inserimento stabile dentro le sue strutture.
Eppure, Borio ha sempre respinto l’idea di un legame diretto con Askatasuna: «Conosco il centro sociale… ma ci sono andato pochissime volte… Non ho mai partecipato a riunioni», dichiarava nel suo intervento in tribunale nel 2024, quando fu imputato per associazione a delinquere proprio per le attività del centro sociale.
Politica e denaro pubblico
La questione è ormai politica. L’assessore regionale Maurizio Marrone parla di «molto particolare, per non dire vergognoso», riferendosi a chi «è pagato con soldi pubblici» e poi «anima i picchetti antisfratto».
Parole dure, ma che intercettano un nodo reale: il controllo sull’uso dei fondi pubblici nel terzo settore. Finora prevalentemente formale. Ora destinato, promette la Regione, a diventare sostanziale.
Il punto
Nessun reato accertato nel rapporto tra coop e militanti. Nessuna condanna che colleghi direttamente le assunzioni a un disegno illecito. Ma resta un quadro che racconta altro: una familiarità strutturata tra antagonismo e sistema.
La rivoluzione, a Torino, non si fa solo in piazza. A volte passa anche dalla busta paga.
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